lunedì 30 gennaio 2012

Il decreto Severino è la terapia antalgica, l’amnistia la cura sistemica

Il decreto Severino è la terapia antalgica, l’amnistia la cura sistemica

Pubblicato il 28 gennaio 2012 da Libertiamo



- Le prime tre cariche dello Stato sono d’accordo su una cosa: lo stato delle carceri italiane è del tutto intollerabile. Il Presidente Napolitano ha parlato, già quest’estate, della necessità di porre rimedio al problema come di una “prepotente urgenza” e sono seguiti, negli ultimi mesi e settimane, gli appelli di Renato Schifani e di Gianfranco Fini.

Oltre sessantacinquemila detenuti affollano oggi le carceri che ne potrebbero ospitare al massimo quarantatremila, mancano oltre ottomila agenti di custodia, tutte le altre figure professionali (medici, educatori, psicologi, infermieri, magistrati di sorveglianza) sono sotto organico. Tra un quinto e un quarto di quanti stanno in galera – poco meno della metà del totale dei detenuti è infatti in attesa di giudizio – sappiamo già (statisticamente) che saranno assolti. Il carcere italiano, insomma, “funziona” mettendo a preventivo una quota abnorme di ingiuste detenzioni, scontate per lo più in condizioni disumane.

Il recente decreto presentato dalla ministra Severino è solo un timido passo in avanti. La chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg) e l’estensione della detenzione domiciliare, che contribuirà ad evitare il triste fenomeno delle “porte girevoli” e manderà anticipatamente a casa qualche migliaio di detenuti, rappresenta la terapia antalgica, non la cura sistemica. Tratta alcuni sintomi dolorosi, ma non la malattia, né le sue cause, visto che lo sfascio delle carceri è legato a quello del sistema penale (cioè a come non funziona la giustizia, al modo in cui è intesa e malintesa la pena, alla funzione impropria che è ormai “di fatto” socialmente attribuita alla detenzione…).

L’arretrato da smaltire ammonta ormai a circa nove milioni di processi, 5,5 civili e 3,4 penali. Quelli penali, in parte, non saranno mai celebrati e saranno interrotti dall’“amnistia di classe” della prescrizione. Quelli civili, appesantiti da ritardi secolari, contribuiranno a rendere l’Italia un Paese sempre meno competitivo. La Banca d’Italia, in un recente studio, ha stimato che l’inefficienza della giustizia civile costa l’uno per cento del PIL (in Italia un credito commerciale si recupera in 1.120 giorni contro i 394 della Germania).

L’amnistia, da questo punto di vista, non è una “resa”, ma una via d’uscita dal circolo vizioso dell’inefficienza. Non è la “riforma”, ma la premessa essenziale per fare le riforme che servono, nel civile, come nel penale. Lo ha ammesso apertamente Antonio Buonaiuto, Presidente della Corte d’Appello di Napoli, che ha dichiarato mercoledì scorso che “il rimedio principale sarebbe un’amnistia per eliminare gli arretrati che sono un debito pubblico, un fardello che abbiamo. Naturalmente si lascerebbero fuori i reati più gravi, ma bisogna avere il coraggio di dirle queste cose…” E’ un’opinione sempre più diffusa fra gli addetti ai lavori, i magistrati, gli avvocati, le forze dell’ordine, la polizia penitenziaria: ormai da tempo non è più il solo Marco Pannella a proporre la necessaria amnistia.

La ministra Severino ha giustamente ricordato che la responsabilità è del Parlamento: la sovrana assemblea della Repubblica che, qualche mese fa, si è perfino rifiutata di discutere del problema, e che non sembra, per così dire, propensa ad esaminare la soluzione. Ma l’amnistia sarebbe davvero, come dicono i radicali, anche una “amnistia per la Repubblica”, per restituire cioè il sistema penale ad una ragionevole efficienza e difendibile legalità.

Ripensare il liberalismo, per evitare la frammentazione

Ripensare il liberalismo, per evitare la frammentazione

Pubblicato il 07 maggio 2011 da LIBERTIAMO



- Il pensiero liberale ha dimostrato, nel corso degli anni e dei secoli, una notevole capacità di evolversi: non è rimasto fermo a John Locke o a John Stuart Mill.
Proprio per la notevole capacità di autocritica, evoluzione e miglioramento che ha saputo dimostrare, il liberalismo può costruire la base per un nuovo modo di pensare e di realizzare la politica, adeguando le intuizioni e le filosofie dei grandi pensatori di ieri alla dinamica della realtà attuale: da qui può scaturire una nuova alterità liberaldemocratica dirompente e rinnovatrice.

Le categorie novecentesche debbono essere attualizzate, affinché dalle ideologie del XX Secolo possa emergere qualcosa di nuovo e di adeguato alla contemporaneità: una grande alleanza proposta politica liberale, socialdemocratica ed ecologista, sul modello del partito di Nick Clegg in Gran Bretagna o di quello di Guido Westervelle in Germania.

Se da un lato i vecchi identitarismi di stampo novecentesco costituiscono, a tutt’oggi, un serio ostacolo ad un nuovo “Risorgimento liberale”, dall’altro i partiti laici della Prima Repubblica seppero, talora, condizionare pesantemente la DC, fin dai tempi del centrismo degasperiano, per arrivare al primo “centro-sinistra” (1962-63) o alle lotte civili degli anni Settanta (divorzio, assistenza medica all’aborto, obiezione di coscienza). I loro eredi, però, sono oggi marginalizzati e sarebbe ora di invertire la rotta, schivando il serio rischio dell’aggregazione elettorale fine a se stessa: Girasoli, Elefantini e tanti altri obbrobri della partitocrazia recente.

E’, quindi, urgente un terreno di dibattito filosofico e culturale che sappia costruire un’alterità al monopartitismo e alla malapolitica italiana, senza pensare alla pura e semplice sommatoria dell’esistente.
Il pensiero liberale, inteso nella sua accezione più ampia (dal socialismo liberale di stampo rosselliano al liberismo hayekiano), può essere la base per creare un’alterità politica che, in quanto tale, deve per forza sfociare in un’alterità di idee. Il pensiero liberale attraversa, come un fiume carsico, le varie formazioni politiche presenti oggi in Italia, ma esso rimane non determinante e spesso sconosciuto: la politica economica liberale resta costantemente travolta dal centralismo statalista, in campo etico e sociale i diktat vaticani prevalgono trasversalmente.

I liberali presenti nell’agone politico sono emarginati nei partiti di massa, mentre i piccoli partiti di opinione stentano a sopravvivere. Di fronte a questa emarginazione politica, i liberali di ogni estrazione debbono unirsi per affrontare la sfida del nuovo. Tra i filosofi e pensatori politici del passato, nemmeno i migliori potevano immaginare i problemi del mondo attuale, ma la risposta può da un rinnovamento del pensiero liberale.
Per garantire le libertà, ma allo stesso tempo i diritti, occorrono le idee liberali, che sappiano essere laiche, liberalsocialiste e liberiste al tempo stesso.

La flexsecurity di modello danese è socialista?
Si tratta, a mio avviso, del più moderno strumento per modernizzare e razionalizzare il sistema del welfare.
La capitalizzazione individuale cilena è iperliberista?
Rappresenta il modello più equo e competitivo per innovare il sistema pensionistico, evitando che si trasformi in una valanga destinata a travolgere tutti o a lasciare molti a bocca asciutta.

Attraverso questi due concreti esempi, sostengo la necessità di creare un’alterità riformatrice e politica che, seppure ispirata dai grandi pensatori liberali, possa evolversi oltre la “dottrina” del XIX e XX Secolo.
Non è più tollerabile assistere alla dissoluzione dei liberali in politica, né che gli eredi della grande tradizione laica di Croce, Rosselli, Saragat, Pannunzio, Ernesto Rossi e Ugo La Malfa debbano disperdersi in una miriade di formazioni più o meno influenti, all’interno di un sistema di potere illiberale e non democratico.

lunedì 13 dicembre 2010

La provocazione pannelliana, tra incomprensioni e risultati

La provocazione pannelliana, tra incomprensioni e risultati

Pubblicato il 13 dicembre 2010 da Libertiamo


- E’ bastato che Marco Pannella chiedesse, provocatoriamente, il permesso di dialogare con Berlusconi per scatenare l’ennesima campagna di disinformazione aggressiva a spese dei radicali. I disinformatori (di regime, si dice a Torre Argentina) hanno subito maldestramente e disonestamente tradotto il desiderio nonviolento di dialogo con tutti, anche con i peggiori, in un inesistente tentativo di mercimonio dei voti dei deputati radicali alla Camera. A poco sono valse le precisazioni di Emma Bonino, di Rita Bernardini, dello stesso Pannella. Eppure, il metodo radicale del dialogo dovrebbe essere già visto e già sentito, persino scontato, se negli anni di piombo si rivolgeva persino ai “compagni assassini” del terrorismo rosso: è lo stesso metodo nonviolento che porta Marco a mettere a repentaglio la propria vita pur di salvare quella di Tarek Aziz e di altri “Caini” iracheni.

Oggi, più modestamente, si tenta un dialogo con il Partito Democratico. Nonostante le belle parole di Bersani nell’VIII Congresso di Radicali Italiani e quelle di Rosi Bindi nel IX, la strada è ancora decisamente in salita. Da parte piddina, le pratiche antiradicali sono ormai una costante: il divieto della candidatura di Pannella alla segreteria del partito, i veti elettorali al simbolo radicale e a tre suoi esponenti (Pannella, D’Elia, Viale), blocco della commissione di vigilanza RAI, la vuota e finta adesione all’anagrafe pubblica degli eletti, le elezioni per la segreteria giovanile poco trasparenti e inquinate dai brogli (come testimoniato dalla candidata radicale Giulia Innocenzi), il tradimento clamoroso degli accordi elettorali in occasione delle elezioni europee dello scorso anno, i vergognosi mercimoni del Partito Democratico sul trattato Italia-Libia e sulla cancellazione della parte del ddl Alfano che avrebbe alleviato il disastro tremendo e disumano delle carceri italiane, tristissime vicende in cui il Partito Democratico, e non i radicali, ha trovato convergenze col PdL sulla questione libica e con la Lega Nord sulle carceri.

Insomma, quando si può ottenere qualche poltrona (vedi Copasir) il PD non si ferma davanti a nulla, nemmeno ai cadaveri prodotti dall’oasi lager di Cufra o da un qualsiasi tragico carcere italiano. Ma i “compagni” democratici non si sono fermati qui. Il Partito Democratico si è ben guardato, infatti, dal coinvolgere i radicali nella discussione sulla mozione di sfiducia al premier. Ne è scaturita un’ovvia conseguenza, ovvero la mancata firma dei deputati radicali alla mozione.

Qui si inserisce, temporalmente, la provocazione pannelliana. Il dialogo con Berlusconi, ovviamente, è impossibile e Pannella lo sa benissimo. La riforma della Giustizia a partire dalle carceri (senza dimenticare la responsabilità civile dei magistrati, la separazione delle carriere, l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale), la riforma elettorale uninominale e maggioritaria, la visione radicale sui diritti civili sono qualcosa di infinitamente lontano per il Cavaliere allo sbando, i cui ultimi sussulti di liberalismo risalgono ormai agli anni Novanta. Berlusconi, seppure d’accordo su alcune richieste radicali sulla giustizia, è ormai del tutto incapace non solo di realizzarle, ma persino di paventarle.

Eppure, basta la semplice intenzione radicale al dialogo con il PDL per scatenare un putiferio, anzitutto tra militanti e sostenitori. Ma se il metodo è l’ahimsa gandhiana, se ci si rivolge non ai terroristi, questa volta, ma a un’istituzione come la Presidenza del Consiglio (seppur mal rappresentata dall’attuale occupante), come ci si può scandalizzare? Come si può criticare il comunicato di Pannella se esso chiede nient’altro che il riconoscimento dello status, per i radicali, di “interlocutori politici” ed è disposto a farselo riconoscere da chiunque, da Berlusconi a Bersani, da Bossi a Di Pietro? E come può farlo chi è o potrebbe essere radicale?

La provocazione pannelliana ha sortito nell’immediato due effetti: in primo luogo, la ripresa del dialogo con Pierluigi Bersani e con il Partito Democratico, che hanno, ancora una volta, l’occasione di provare a diventare quella sinistra liberale “all’inglese” tanto auspicata; in secondo luogo, l’annuncio del viaggio di Marco in Iraq, accompagnato dal Ministro degli Esteri, per salvare non solo la vita di Tarek Aziz e delle altre decine di condannati a morte, ma la verità sulle reali cause delle sanguinosa guerra dell’Iraq. Soprattutto il secondo risultato non pare trascurabile in un’Italia che, come Wikileaks insegna, appare sullo scenario internazionale sempre più marginale e buffonesca.

lunedì 29 novembre 2010

LE OMBRE ROSSE, I FANTASMI DEL COMUNISMO

LE OMBRE ROSSE, I FANTASMI DEL COMUNISMO

pubblicato da Radicalweb

Citto Maselli è una singolare figura di intellettuale e di cineasta, uomo dalla personalità estroversa e brillante, diviso fra arte e politica. Infatti, oltre ad aver realizzato opere dal contenuto spesso strettamente politico (da Il Sospetto a Cronache del Terzo Millennio, ma questo lo hanno fatto anche altri), Maselli ha percorso, parallelamente a quella di regista, una rilevante carriera politica che lo ha portato non solo a ricoprire ruoli di primissimo piano in Italia e in Europa nelle organizzazioni dei cineasti, ma anche, caso credo unico fra i registi, a sedere nella Direzione Nazionale di un partito, quello della Rifondazione Comunista.

Le Ombre Rosse
, presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia e appena uscito in home-video, va analizzato alla luce dell’esperienza politica dell’autore, del suo essere militante e dirigente comunista. Il film, ottimamente interpretato da un variopinto cast in cui spiccano Luca Lionello ed Ennio Fantastichini, si apre con un’immagine forte e bellissima, scopertamente ispirata alle opere di una delle più grandi pittrici italiane del ‘900, Titina Maselli, sorella dell’autore. Francesco (Citto) Maselli è un intellettuale che nasce in una famiglia di intellettuali, a lui si ispira, già nell’abbigliamento, la figura del professore Sergio Siniscalchi(interpretato da uno straordinario Roberto Herlitzka), protagonista del film.

La vicenda ruota attorno ad un centro sociale. E’ qui che incontriamo Siniscalchi predicare il “recupero dell’irrazionalità”. Malignamente, mi viene da osservare che solo un recupero irrazionale può far apprezzare oggi la filosofia marxista. Non a caso, oggi il maggiore intellettuale comunista è, con ogni probabilità, il raffinatissimo letterato Alberto Asor Rosa. L’unico comunismo possibile, oggi, è un comunismo “sentimentale”: non vi sono oggi economisti marxisti di una qualche rilevanza, semplicemente perché decenni, secoli di pensiero economico (e filosofico) liberale hanno demolito l’antiscientifico e tragico marxismo.

Siniscalchi, il protagonista del film, è, come Citto, un intellettuale davvero libero e fuori dagli schemi: si propone di recuperare l’idea della Case della Cultura di André Malraux. Questo secondo recupero è a dir poco sorprendente, se si ricordano le quantità di contumelie che Malraux, da intellettuale scomodo e gollista, ricevette in vita proprio dalla sinistra marxista. Maselli lo sa benissimo e si dimostra perfettamente complice del suo protagonista: l’ultima mezz’ora è, infatti, una vera e propria demolizione della classe dirigente comunista. Passiamo dall’architetto modaiolo (Fantastichini) che ha fatto tanto arrabbiare Massimiliano Fuksas, al giovane funzionario di partito da centro sociale, dagli intellettuali isolati e poco comunicativi, alla cialtroneria del parlamentare (un “cameo” di Ricky Tognazzi).

Il finale è impietoso e speranzoso allo stesso tempo. Il centro sociale, in definitiva il vero protagonista del film, è ormai chiuso. Tre giovani si avvicinano al vecchio edificio abbandonato, iniziano a prenderne le misure e pensano a qualcosa di nuovo. La metafora è trasparente, ma posso essere d’accordo solo in parte.

Sicuramente le forze politiche, sociali, civili, culturali che hanno costituito la sinistra estrema devono aspirare a un profondo rinnovamento. Ma sono convinto che esso sarà impossibile se, come nel film, si pensa di ristrutturare la “vecchia casa”: se non si sbarazza di Marx ed Engels, la sinistra oggi comunista rimarrà marginale e settaria, sempre più distante dal cuore dei problemi della società.

martedì 8 dicembre 2009

Abolire il Fondo unico per lo spettacolo, in favore del mercato e del federalismo

Abolire il Fondo unico per lo spettacolo, in favore del mercato e del federalismo

di Andrea de Liberato
Pubblicato il 04 dicembre 2009 da Libertiamo.It

- Confesso immediatamente un mio “peccato originale”: agli inizi della mia carriera d’imprenditore cinematografico ho più volte attinto al famigerato Fus (il Fondo Unico per lo Spettacolo, che finanzia il cinema, il teatro, la danza, l’opera lirica, la musica, il circo), realizzando con il concorso dei capitali pubblici una decina di film. Solo in seguito ho rinunciato a milioni di euro di fondi per una presa di coscienza – diciamo così – “ideologica”, ma non prima di essermi personalmente reso conto delle falle e delle storture di questo strumento, espressione del peggiore dirigismo nostrano. Quello delle commissioni di esperti delegate a valutare la realizzabilità e il valore artistico, sulla carta, di questo o quel progetto, è statalismo della peggior specie: come non vedere il prevalere di logiche clientelari (perpetuatesi anche dopo l’introduzione di maggiori automatismi, previsti dalla cosiddetta “riforma Urbani”) e lo scarso riferimento al merito?

Il Fus è uno strumento che mette l’industria culturale in una condizione d’inferiorità rispetto agli altri settori produttivi, perchè dirotta gran parte dei finanziamenti verso opere più o meno meritorie da un punto di vista artistico, trascurando quasi completamente il valore commerciale dei prodotti stessi e la sostenibilità finanziaria dei progetti. “Vige l’idea – scrive Filippo Cavazzoni dell’Istituto Bruno Leoni qualche tempo fa – che la cultura sia qualcosa di separato dall’impresa e quindi i numeri per la cultura non fanno conto”. È giunto invece il momento, per dirla ancora con Cavazzoni, “che anche la cultura abbia a che fare con una gestione oculata, che faccia riferimento a principi di efficienza come succede negli altri ambiti dell’economia italiana”.

Vi è una ben precisa ragione storica e culturale alla base dell’approccio dirigista che portò negli anni Ottanta all’istituzione del Fondo Unico per lo Spettacolo. La legge Corona del 1963 barattava gli aiuti statali, precursori del Fus, con il divieto di realizzare opere in lingua inglese, istituendo così una barriere normativa all’esportabilità della produzione italiana, fino ad allora la maggiore concorrente della cinematografia americana nei mercati mondiali. Non a caso, l’italiano di maggiore successo nel cinema, Dino De Laurentiis, ha più volte ricordato che quel provvedimento infausto determinò la sua delocalizzazione negli Stati Uniti e che sarebbe bastata (e, sotto un certo punto di vista, basterebbe ancora) l’abolizione di quel sistema per rilanciare l’industria nazionale.
La legge Corona è uno dei prodotti più tristi e biechi della mala politica consociativa italiana: il Pci e larga parte della sinistra contrabbandarono volentieri i contributi ai loro protetti, autori e registi, con la fine della competizione nell’industria cinematografica italiana, che fino ad allora si era retta su solidi prodotti di genere, in larga parte destinati ai mercati internazionali. Come superare l’attuale empasse, riconosciuta come tale anche dagli stessi dirigenti del cinema pubblico, come l’amministratore delegato di Cinecittà Luciano Sovena?

La risposta ce la fornisce, come sovente accade, il confronto con Stati Uniti d’America. La Louisiana, Puerto Rico, l’Arizona ed alcuni altri stati praticano un’intelligente politica di defiscalizzazione, che finanzia fino al 40 per cento dei budget per i progetti cinematografici, applicando il cosiddetto “tax shelter” (ovvero un metodo di riduzione dell’imponibile fiscale che si traduce in una riduzione nei pagamenti all’ente di riscossione) che in passato hanno dato ottimi frutti in Canada e in Germania. A chi, fatalmente, opporrà l’osservazione che questa politica privilegi unicamente le opere più squallidamente commerciali, si può ricordare che molti dei primi film di autori come Rainer Werner Fassbinder o David Cronenberg vennero realizzati proprio grazie all’utilizzo di tali fondi.
La risposta risiede, quindi, ancora una volta, nella defiscalizzazione e nel federalismo economico, perché la gestione dei fondi dovrebbe, a mio modo di vedere, essere delegata alle Regioni, per un principio di sussidiarietà e di eterogeneità delle varie realtà italiane: il fattore occupazionale nel settore dei media è preminente nel Lazio, ad esempio, assai meno in Basilicata o in Trentino. E le Regioni – come mostra il caso della Sicilia e dei fondi europei per Baaria di Tornatore o per le opere di molti altri autori, dal tedesco Wenders al siciliano Pasquale Scimeca – hanno una maggiore progettualità. La stessa osservazione è valida per i teatri lirici e di prosa e per le orchestre, quasi sempre espressione di un territorio ben circoscritto. Qualcosa sta già avvenendo, in effetti: contestualmente alla graduale ma continua riduzione del Fus statale stanno sorgendo diversi Fus regionali (la Lombardia, ad esempio, ha creato il Furs, Fondo unico regionale per lo spettacolo). Capiremo presto se questo fenomeno “sussidiario” migliorerà anche le logiche di distribuzione dei fondi o si tradurrà in una replica su scala regionale dell’inefficiente gestione statale.

Il ministro Bondi sta portando a termine le riforme iniziate dal predecessore Rutelli ed è appena entrato in funzione un primo strumento, interessante, sebbene insufficiente: il “tax credit”, ovvero un credito fiscale conferito alla società di produzione che può arrivare fino al dodici per cento delle spese affrontate per la realizzazione di un film. Esiste, a dire il vero, anche la previsione di un “tax shelter”, la cui attivazione è però condizionata all’emanazione di un regolamento (con buona dose di perversione burocratica, esso dovrebbe attingere proprio al morente Fus, sempre più esiguo). Pur operando tra questi mille ostacoli, a Sandro Bondi va riconosciuto il merito di essersi assunto la responsabilità dell’industria culturale del Paese in tempi di vacche magre. Egli, tuttavia, può partire proprio da questa iniziale condizione di debolezza per un’azione politica volta a rivoluzionare – in senso liberale e di mercato – l’intero settore.

Diritti d’autore, proprietà intellettuale e libertà digitale: la politica di domani

Diritti d’autore, proprietà intellettuale e libertà digitale: la politica di domani

di Andrea de Liberato

Pubblicato il 05 ottobre 2009 da Libertiamo.It


- Talvolta l’Europa viene scossa dal vento della novità: temi politici inediti si presentano come clamorosamente urgenti. Negli anni Ottanta apparve il fenomeno dei Verdi, tuttora importante, soprattutto in Nord Europa e in Francia, dove, sotto la guida di Cohn-Bendit, gli ecologisti hanno recentemente ottenuto una clamorosa affermazione elettorale. Quella guida che in Italia, senza dubbio, è mancata e la cui assenza porterà, fra pochi giorni, allo scioglimento del partito.
Dopo più di vent’anni, veniamo di nuovo messi di fronte a una dirompente novità: la libertà digitale. Nelle scorse elezioni europee, il Piratpartiet di Falkvinge ha ottenuto in Svezia un risultato lusinghiero, diventando la terza forza politica del Paese ed eleggendo un proprio rappresentante a Bruxelles. Anche in altri Paesi sono nate formazioni simili, che hanno, almeno per ora, riscosso minore successo: del resto, non hanno potuto beneficiare dell’enorme caso mediatico di The Pirate Bay e del conseguente processo.

Mi sembra indubbio, però, che ci troviamo di fronte ad una nuova generazione delle associazioni per i diritti civili. Si tratta di un dato politico di estrema rilevanza, che contrasta con il tiepido interesse finora mostrato dalle forze politiche nostrane. In Italia l’informatizzazione di massa si è realizzata solo in parte e, a prender per buono il sondaggio commissionato qualche mese fa da Il Corriere della Sera, il mezzo telematico è ancora poco influente sulle decisioni dell’elettorato italiano: durante la recente tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, infatti, solo poco più del tre per cento degli elettori italiani si sarebbe informato sulla rete e sarebbe stato in qualche modo influenzato da essa. Lo stato delle cose è destinato con ogni probabilità a mutare ed è facile prevedere che, da qui a qualche anno, il consumo di informazione sulla rete continuerà a crescere e a diventare sempre più influente nel formarsi delle coscienze politiche e delle scelte elettorali.

Se i diritti digitali, intesi come diritto all’accesso alla tecnologia della rete, sono più o meno pacificamente riconosciuti almeno ai cittadini del pasciuto Occidente, è ancora molto dibattuta la libertà di condivisione di materiale protetto dalle leggi sulla proprietà intellettuale (musica, film, letteratura, programmi informatici, ecc.). L’utilizzo che milioni di giovani fanno della rete porterà, per forza di cose, all’aggiornamento del concetto di copyright e alla rivisitazione del principio dell’equo compenso.

E’ stata di recente approvata in Francia la legge Hadopi 2 (o, per meglio dire, la legge che istituisce l’Haute Autorité pour la diffusion des ouvres et la protection des droits sur l’Internet), dopo essere stata bocciata, nella sua prima presentazione, dal Consiglio Costituzionale. La legge, voluta da Sarkozy, prevede dopo tre infrazioni la disconnessione (per un periodo fra i due mesi e un anno) dell’utente sorpreso a scaricare illegalmente materiale informatico coperto dal diritto d’autore. Se, per certi versi, si tratta di una legge liberticida, d’altra parte proteggere la proprietà (intellettuale, in questo caso) è uno dei pochi compiti che persino i più fervidi antistatalisti riconoscono allo Stato. Inoltre, l’Hadopi finirà con il rappresentare un’istituzione perlomeno inquietante, se rapportata al diritto alla privacy, all’anonimato e alla segretezza della corrispondenza, principi che il Piratpartiet ha immediatamente fatto propri.
La sinistra francese ha avanzato una controproposta, davvero poco liberale (e ci mancherebbe): introdurre una tassa di scopo sulle società di telecomunicazione (la cosiddetta broadband tax). Un provvedimento che, prevedibilmente, finirebbe per gravare sulle tasche dell’utente consumatore. Per non menzionare il fatto che, se applicato nel nostro Paese, un tale meccanismo rischierebbe di essere gestito da uno dei più immobili baracconi parastatali, la SIAE (Società Italiana Autori ed Editori).
Anche la legge di Sarkozy presenta, a mio modo di vedere, un enorme limite, che risiede nella sua difficile applicazione, volendo coercitivamente normalizzare un fenomeno di massa. Mi sia consentito un paragone: il proibizionismo sulle droghe leggere non ha affatto impedito che una larghissima fascia della popolazione giovanile ne faccia uso. Non è un caso se, già l’anno scorso, la polizia norvegese si è rifiutata di impegnarsi nell’accalappiare i pirati occasionali.
Si tratta, dunque, di un problema molto complesso e di difficile soluzione, anche perché, al di là del Far West attuale, sinora non esistono modelli di riferimento applicati. Con la crescente ed irrefrenabile espansione della rete e il continuo aumento dei suoi frequentatori, è un tema che appare essere destinato a divenire centrale nel dibattito politico europeo (in alcuni Paesi lo è già) e, prima o poi, anche italiano.

Lentamente, qualcosa inizia a muoversi anche da noi. Risale a qualche giorno fa la presentazione di un’indagine Nielsen commissionata dall’Osservatorio Permanente sui Contenuti Digitali secondo la quale un quarto circa degli italiani connessi in rete sarebbe disposto a pagare per consumare film su internet, come sottolineato da Lamberto Mancini, segretario generale dell’Anica (l’unione delle industrie audiovisive): un mercato legale e dai costi estremamente competitivi ed allettanti per i consumatori è senza dubbio una delle strade da seguire.

Ieri, il mio 8 Settembre

Ieri, il mio 8 Settembre


di Andrea de Liberato


Pubblicato il 9 Settembre 2009 da Radicalweb

Ieri è stato l’8 Settembre, data che molti considerano fatidica e cruciale nella Storia del nostro Paese. Sinceramente, non mi sono ricordato fino a tarda sera, quando la ricorrenza è stata ricordata dal coraggiosissimo compagno radicale Piero Bonano durante la consueta riunione del martedì.

Mi è parso quindi naturale interrogarmi sul perché, al di là della mia frenetica giornata lavorativa, non mi fossi soffermato nemmeno un attimo col pensiero su quel giorno, che ha segnato inesorabilmente la drammatica agonia del fascismo e la rinascita democratica dell’Italia.

Sono arrivato alla conclusione, forse un po’ apodittica e troppo personale, che l’8 Settembre non ha significato molto per l’Italia. Nel nostro disgraziato Paese, infatti, sono ben vive e presenti molte delle strutture, e delle corrotte incrostazioni, del Regime Fascista. E questo, beninteso, non dall’avvento del Cavaliere, ma, in forma già clamorosa, sin dagli anni Cinquanta, quel periodo che, Pannunzio dixit, vide l’avvento della “repubblica delle pere indivise”, ovvero di quel Regime Partitocratico (con la nascita, come di recente ha scritto Pannella, di tanti “piccoli PNF”) che attanaglia la nostra società, rendendola ingessata.

Qualche anno fa, Bersani tentò delle timidissime liberalizzazioni (non arrivando nemmeno a sfiorare corporazioni odiose come assicurazioni, banche, notai, giornalisti: si limitò a farmacie, taxi e pochissimo altro) ottenendo risultati pressocché nulli, in buona parte a causa delle resistenze, anche politiche, di quelle corporazioni stesse. Per questo, oggi l’Italia è un Paese sempre più polveroso e immobile, con una Giustizia (amministrata dalla corporazione dei magistrati e dall’Ordine degli Avvocati) ormai putrescente, come dimostrato dalle recenti inchieste radicali sullo stato delle carceri e dalla conclamata impossibilità, per un sistema giudiziario sfasciato, di gestire i milioni di processi ad oggi pendenti.

Medici, avvocati, notai, farmacisti , architetti, commercialisti, giornalisti, con i loro Ordini di fascista memoria, il sistema previdenziale burocratico e centralizzato statalmente, il clientelismo, la corruzione e il nepotismo nella politica, il rigido prevalere di uno Stato Etico (dopo la legge sulla procreazione medica assistita, è in approvazione un obbrobrioso finto testamento biologico), la criminalità e la violenza di Stato con gli omicidi politici del Ventennio, quelli del Sessantennio e la perpetua aggressione dei cittadini-sudditi (penso a chi è morto in carcere dove era detenuto per autocltivazione di marijuana o oltraggio a pubblico ufficiale), gli interventi dirigisti dell’economia sono tutte eredità del Fascismo bellamente perpetuatesi in sessant’anni di Partitocrazia.

Un regime putrido deve e dovrà necessariamente essere sovvertito da una Rivoluzione Liberale che ad oggi appare come un’Araba Fenice visibile solo a qualche folle visionario. Ma pazienza. Dicevano lo stesso, negli anni Sessanta, alla nascita della LID, quella Lega Italiana del Divorzio che, poco più di un decennio dopo, fu l’architrave di una clamorosa e frastornante vittoria liberale e laica.

Infine, voglio ringraziare l’amico Carmelo Impusino che, sorvolando sulla mia pigrizia e lentezza nel portare avanti il comune progetto di creare un’associazione di blogger e internauti di area liberale radicale (e non parlo intenzionalmente di “galassia” in quanto ci rivolgiamo anche ai “non pannelliani”), ha fatto una cosa molto radicale: se n’è fregato, si è rimboccato le maniche e ha creato questo spazio, facendomi una bellissima sorpresa. Sono sicuro che con Domenico, Umberto, Cosimo, Luigi e tutti gli altri amici radicali di Politica in Rete sapremo renderlo qualcosa di unico.

Da parte mia, siccome non ho un blog personale, posterò qui gran parte dei miei piccoli articoli, sperando che possano fornire qualche spunto di riflessione a tutti voi, che siete spesso molto più brillanti di me.