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La bomba ecologica dei rifiuti di Roma continua ad essere allegramente sottovalutata, in un grottesco balletto che vede protagonisti i governanti laziali.
Il “piano per Roma” presentato dal ministro Corrado Clini prevede il ripristino della legalità nell’ambito del trattamento dei rifiuti, in ottemperanza alle direttive europee e alle leggi italiane: cinquanta per cento di raccolta differen
ziata entro il 2014 (rispetto all’attuale misero venticinque per cento), il recupero di materia ed energia, l’uso delle discariche come soluzione residuale per la quota di rifiuti non recuperabili completare il sistema di impianti di TMB (trattamento meccanico-biologico) e degli impianti per la valorizzazione energetica dei rifiuti.Il “piano per Roma” è stato sinora l’unico vero punto d’accordo fra la regione del Lazio, la provincia e il comune di Roma. Esso individua una graduatoria dei siti in cui realizzare la discarica “provvisoria” che per due o tre anni dovrebbe sostituire Malagrotta. L’elenco dei siti si basa, malauguratamente, su quello predisposto dalla Regione e già bocciato dalla Commissione Commissione parlamentare sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, che lo considera “inadeguato, perché doveva essere frutto di un’attività istruttoria sul campo”.
Il piano di Clini aggiunge, ai siti a suo tempo individuati dalle regioni, quello di Monte Carnevale: un sito militare posto sopra uno strato di argilla di 100 metri ed attiguo alla Valle del Galeria, il territorio già massacrato dalla criminale discarica di Malagrotta.
Gli enti locali si oppongono ed inizia un tragicomico gioco dell’oca che dapprima si ferma a Corcolle, a due passi da Villa Adriana: le proteste internazionali e le minacce dell’Unesco inducono l’allora commissario ai rifiuti Giuseppe Pecoraro a desistere e a presentare le dimissioni.
Ma la politica non si sogna nemmeno di fare il suo mestiere e viene nominato un nuovo commissario: il prefetto Goffredo Sottile, che punta su Pian dell’Olmo, un sito già scartato anni prima dalla stessa Regione, poi misteriosamente ricomparso sotto gli auspici dell’onnipresente Manlio Cerroni, il patron della Colari (Consorzio Laziale dei Rifiuti) che da decenni gestisce la discarica di Malagrotta e lo smaltimento dei rifiuti nella Capitale. La protesta nonviolenta dei cittadini di Riano (comune distante poche centinaia di metri da Pian dell’Olmo) e della valle Tiberina si realizza con l’occupazione pacifica della località in cui dovrebbe sorgere la discarica. Un’altra volta, si deve fare dietrofront: la cava di Pian dell’Olmo è troppo piccola e necessiterebbe di opere di adeguamento costosissime quanto di dubbia efficacia.
Si ritorna, infine, a Monti dell’Ortaccio, a due passi da Malagrotta, un sito già scartato dai tecnici dell’ex commissario Pecoraro che hanno dichiarato: “L’area presenta un livello di contaminazione e inquinamento che rappresenta un fattore escludente non derogabile. E risulta troppo vicino a frazioni e centri abitati”. Già in precedenza l’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) aveva escluso Monti dell’Ortaccio per motivi simili. Il XV municipio XV ha ordinato l’immediata sospensione dei lavori in corso sul sito ed il ripristino dello stato dei luoghi. Infatti, Monti dell’Ortaccio è una enorme cava, di proprietà del “re dei rifiuti” Manlio Cerroni, creatasi negli anni per portare a Malagrotta la terra per sotterrare i rifiuti. Insomma, assistiamo ancora una volta a pratiche che dovrebbero essere terminate da decenni: la priorità pare essere trovare, nel più breve tempo possibile, una cava dismessa o una qualunque buca già esistente per scaraventarci dentro quotidianamente migliaia di tonnellate di rifiuti non trattati.
Inoltre, il prefetto Sottile deve incassare, oltre al “no” del sindaco Alemanno, anche la bocciatura di Monti dell’Ortaccio da parte della Conferenza dei Servizi, organismo in cui siedono, fra gli altri, Comune, Regione, Provincia.
Come se non bastasse, un’altra tegola rischia di cadere sulla testa del commissario Sottile: a novembre 2011, il prefetto Pecoraro chiede se può affidare la gestione dello smaltimento direttamente ai privati e l’Avvocatura dello Stato risponde che “bisogna rispettare i principi di libera concorrenza, trasparenza, pubblicità” con una gara pubblica. Il contrario di quanto sta accadendo con Monti dell’Ortaccio e l’avvocato Manlio Cerroni, che è già proprietario dell’area e tratta direttamente con le Autorità.
Per dare un’idea del livello del commissario attualmente in carica, riportiamo uno stralcio dell’audizione parlamentare di Sottile presso la cosiddetta commissione “ecomafie”, presieduta da Gaetano Pecorella che chiede a Sottile: “Farete prima delle verifiche oppure andremo avanti ad indicare luoghi che si rivelano non adatti?”. “Si allungano i tempi”, la risposta. Ancora Pecorella: “Così si allungano di più”.
Ma Sottile, nonostante i pareri negativi, insiste su Monti dell’Ortaccio ed è pronto a ricevere prossimamente, da parte di Cerroni, “integrazioni al progetto per la discarica temporanea, che dovremo esaminare per esprimere delle valutazioni'', mentre Alemanno vagheggia di fantomatiche alternative che sarebbe pronto a presentare.
Nel frattempo, Malagrotta va verso l’ennesima proroga: l’ultima scade il 31 dicembre. La mega discarica romana è incapiente da anni ed è oggetto di procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea: quotidianamente vengono sotterrate migliaia di tonnellate di rifiuti non trattati (c.d. “talquale”) in barba alle leggi nazionali ed europee e infischiandosene della salute dei cittadini.
Le normative impongono di interrare solo rifiuti trattati, ma non tutti gli impianti (termovalorizzatori/inceneritori e impianti per il trattamento meccanico biologico/tmb) funzionano a pieno regime. Secondo i dirigenti dell’azienda municipalizzata Ama mancherebbe un’autorizzazione regionale, mentre Paolo Stella, direttore tecnico di un’azienda del gruppo Cerroni, che riferendosi all’Ama rilascia una dichiarazione agghiacciante: “Da uomo della strada, dico che costa di meno portarli in discarica: loro sono una Spa»,
Fra il ministro tecnico Corrado Clini e i commissari prefettizi che si sono succeduti, Pecoraro e Sottile, la grande assente è la politica. Del resto, la stessa commissione parlamentare rileva “l’inopportunità di ricorrere a strutture emergenziali, che consentono agli enti locali di sottrarsi alle decisioni”.
E’ l’ennesimo disastro della partitocrazia: a parole tutti sono contro la proposta di Sottile su Monti dell’Ortaccio, ma nessuno riesce a indicare un’alternativa. Né Gianni Alemanno, il cui assessore De Lillo già nel 2010 dichiarava che “nel territorio di Roma Capitale non vi sono aree idonee”. Né Nicola Zingaretti, che cinicamente ha continuato ad insistere su un sito inidoneo ma lontano da Roma come Pian dell’Olmo perché convinto di candidarsi a sindaco (chissà come rimedierà ora che corre per la Regione). Né tantomeno l’ormai dimissionaria Renata Polverini, che già mesi prima dello scandalo che l’ha vista protagonista si trincerava dietro ripetuti “no comment” a fronte dell’evidente fallimento del piano regionale di cui si era fatta promotrice.
A nulla valgono i giusti richiami del ministro Clini: “Quello dei rifiuti del Lazio è un sistema assurdo che fa comodo a chi amministra. Tocca a loro decidere il sito definitivo. Hanno le competenze, le esercitino”.
Sia Alemanno che Zingaretti sono papabili candidati alle prossime elezioni e non vogliono sporcarsi le mani, così come una Polverini ansiosa di riciclarsi e ben radicata elettoralmente nel Lazio. Meglio dichiararsi populisticamente contrari a qualsiasi soluzione o prospettare scenari ottimisticamente fantascientifici e passare la patata bollente al commissario governativo.
Eppure la soluzione ci sarebbe: la strategia “Rifiuti Zero” indicata da Giuseppe Rossodivita e Rocco Berardo, consiglieri regionali della Lista Bonino Pannella. Riutilizzare tutti i prodotti, attraverso una vita ciclica delle risorse e facendo tendere allo zero i rifiuti da conferire in discarica: una strategia vincente che sta già dando risultati miracolosi, come a San Francisco.
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mercoledì 17 ottobre 2012
La bomba ecologica del Lazio
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mercoledì 11 aprile 2012
La bomba ecologica di Renata Polverini/2

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Il Piano Rifiuti, approvato in gennaio dal Consiglio Regionale del Lazio, prevede già di non rispettare le leggi nazionali riguardo alla raccolta differenziata dei rifiuti. Esso contiene, infatti, due diversi “scenari”. Da un lato, troviamo uno “scenario di piano” e fin qui tutto bene: entro l’anno si raggiungerà il 65 per cento di raccolta differenziata, rispettando quanto previsto dalle vigenti leggi.
Continuando a leggere il testo del Piano Rifiuti, ci imbattiamo, però, nella trappola, ovvero nello “scenario di controllo”, secondo il quale “potranno essere autorizzate ulteriori capacità di trattamento per il rifiuto indifferenziato e di termovalorizzazione” qualora non si raggiungano gli obiettivi previsti dalla legge sulla raccolta differenziata, cioè non si riesca a gestire in maniera legale il ciclo dei rifiuti. Infatti, la triste realtà vede Roma inchiodata a un misero 20 per cento nella raccolta differenziata e l’ipocrita Piano Rifiuti di Renata Polverini si rassegna a derogare alla legge.
In materia di smaltimento dei rifiuti, purtroppo, le deroghe sono una consuetudine. Ogni anno, infatti, le manovre finanziarie (da ultima quella del governo Monti) hanno permesso di derogare alle Direttive europee e di perseverare nell’interrare rifiuti non trattati in discarica (il cosiddetto “tal quale”). Oggi, oltre il 30 per cento dei rifiuti che arrivano a Malagrotta (la più grande discarica europea che ingurgita da un trentennio i rifiuti della capitale) non sono preventivamente trattati. Nel 2010 erano addirittura l’80 per cento, mentre le norme comunitarie prevedono che non possano essere assolutamente smaltiti in discarica rifiuti non trattati.
Come se non bastasse, nel Piano della Polverini troviamo un’ulteriore riprova della mancata volontà politica di realizzare lo “scenario di piano”, ovvero di rispettare la legalità: se la raccolta differenziata raggiungesse quanto stabilito dalla legge non vi sarebbe, infatti, alcun bisogno di ulteriori impianti di Trattamento Meccanico Biologico (TMB) dei rifiuti, che invece sono previsti.
Il pasticciato Piano della Polverini dispone, inoltre, l’individuazione di siti che andranno a sostituire “provvisoriamente” (in realtà, per ben tre anni) la discarica di Malagrotta, mentre sito definitivo (con inceneritore / termovalorizzatore incluso) verrebbe realizzato a Fiumicino, in località Pizzo del Prete.
La Polverini, già in debito di ossigeno, per sbrogliare la matassa si rivolge disperata al governo Berlusconi che nomina un commissario , nella persona del prefetto Giuseppe Pecoraro, un commissario ad-hoc per chiudere Malagrotta (già oggetto, come vedremo, di una procedura di infrazione europea) e gestire l’emergenza.
Il prefetto sceglie frettolosamente due siti che vengono sonoramente bocciati: quello di Corcolle-San Vittorino dal Ministero per i Beni Culturali in quanto troppo vicino alle meraviglie archeologiche di Villa Adriana, quello di Riano (in località Quadro Alto) dall’Autorità di Bacino del Tevere, in quanto a rischio esondazione. Le bocciature sono l’ovvio risultato di un approccio incredibilmente superficiale da parte del commissario Pecoraro, i cui tecnici dichiarano che “tutte le informazioni sui siti sono rese più sulla base di dati bibliografici che su indagini in loco”.
In questo pasticcio, è intervenuto il Governo, nella persona del ministro per l’ambiente Corrado Clini, che ha convocato le autorità coinvolte e ha redatto un progetto di emergenza, il cosiddetto Piano per Roma.
Ma gli obiettivi indicati nel Piano governativo vengono giudicati troppo ambiziosi e considerati irrealistici da Polverini. Eppure, si tratterebbe di raggiungere, nella raccolta differenziata, un modesto 50 per cento, ben al di sotto di quanto previsto dalle normative nazionali attuali e dallo stesso Piano Rifiuti della Polverini, che smentisce clamorosamente se stessa. Del resto, la sola esistenza di un Piano per Roma redatto dopo l’approvazione di quello regionale suona come una severa bocciatura dell’operato di Polverini e della sua giunta, come peraltro chiaramente affermato dallo stesso Clini, secondo il quale dal Piano rifiuti regionale "non è ricavabile la soluzione a regime per la gestione dei rifiuti a Roma".
Di fronte a una vergognosa ulteriore proroga di Malagrotta fino al prossimo 31 dicembre, prosegue quella che Clini definisce una “grave procedura di infrazione in cui l'Unione europea ci chiede perché nella capitale non si riesca fa re quello che si fa in altre capitali europee, ovvero differenziata, recupero dei rifiuti e recupero energetico”.
Altrove, amministratori capaci ottengono risultati importanti: il comune di Salerno, per esempio, è riuscito a passare, in un solo anno, dal 14 per cento al 50 per cento nella raccolta differenziata dei rifiuti ed anche Napoli in pochi mesi ha compiuto notevoli progressi.
A Roma, invece, si brancola ancora nel buio e, riguardo al sito “provvisorio”, aleggiano le ipotesi più disparate: dai siti militari di Allumiere, Torre Astura e Castel Madama (sui primi due, però, insisterebbero vincoli di carattere paesaggistico) a Pian dell’Olmo, località che si trova nel XX Municipio di Roma e del tutto inutilizzabile, essendo anch’essa a grave rischio esondazione secondo l’Autorità di Bacino del Tevere. Inoltre, Pian dell’Olmo verrebbe presto esaurita perché potrebbe contenere circa ottocentomila tonnellate di rifiuti, ovvero quello che Roma produce, ai ritmi attuali, in circa un semestre. Infatti, su cinquemila tonnellate prodotte quotidianamente dalla capitale, solo mille sono riciclate attraverso la raccolta differenziata. Ergo, quattromila finiscono ancora in discarica e oltre mille sono costituite da rifiuti “tal quale”, in barba a ogni norma europea e al rispetto della salute dei cittadini.
Tristemente, mentre negli Stati Uniti una metropoli come San Francisco propone e realizza un innovativo modello di “rifiuti zero”, nella capitale d’Italia non si riesce nemmeno a rispettare le Direttive europee, mettendo in pratica tecnologie che risalgono ormai a qualche decennio fa e che, non essendo per nulla avveniristiche, rappresentano solo il minimo indispensabile in un Paese civile.
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venerdì 16 marzo 2012
La bomba ecologica di Renata Polverini

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Lo ha ammesso, lunedì scorso,lo stesso ministro Clini: Roma rischia di cadere, già nei prossimi mesi, in un’emergenza nella gestione dei rifiuti paragonabile a quella occorsa a Napoli, una vera e propria "bomba ecologica".
La discarica di Malagrotta serve Roma da oltre trent’anni ed è tecnicamente “incapiente” (ovvero esaurita) già dallo scorso decennio. Si è creata, infatti, una collina di rifiuti, alta più di cinquanta metri ed estremamente problematica da gestire. A questo, si aggiunga che, fino ad oggi, vengono sversate a Malagrotta migliaia di tonnellate di rifiuti “tal quali”, in totale violazione delle normative europee e delle leggi italiane, che imporrebbero il trattamento dei rifiuti (realizzato solo in minima parte). Malagrotta andrebbe chiusa da molto tempo e negli anni si sono succedute le proroghe: l’ultima durerà fino a giugno. Ma sarà probabilmente da rinnovare, mentre l’Europa è arrivata ormai a un passo dalle sanzioni, sottoforma di salatissime multe.
Il piano dei rifiuti approvato recentemente dal Consiglio Regionale del Lazio e fortemente voluto dalla Polverini prevede di realizzare un sito definitivo,con tanto di inceneritori , nel comune di Fiumicino, in località Pizzo del Prete. Per realizzare l’impianto, però, saranno necessari, nella migliore delle ipotesi, due o tre anni. Nel frattempo, il piano prevede di chiudere Malagrotta e di servirsi di una serie di siti provvisori, una sorta di “mini” discariche con cui tappezzare la provincia di Roma.
La Presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, ha tentato di liberarsi della patata bollente, invocando la nomina di un commissario, ed è stata accontentata dal governo Berlusconi con la nomina del prefetto Giuseppe Pecoraro. Il commissario ha individuato due siti alternativi per realizzare discariche “temporanee” (le virgolette sono d’obbligo, perché si parla di tre anni almeno): uno situato a Corcolle (San Vittorino), l’altro a Quadro Alto, nel comune di Riano. Entrambi presentano, però, notevoli problematicità.
Il sito di Corcolle si trova a poche centinaia di metri da Villa Adriana, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Inoltre, la proprietà della cava in cui dovrebbe sorgere la discarica è legata a oscure società estere e nemmeno il prefetto Pecoraro è riuscito a fare chiarezza. Resta da chiedersi come si possa immaginare di collocare una discarica a qualche centinaio di metri da uno dei massimi monumenti nazionali.
Il sito di Riano, nella località Quadro Alto, è persino più assurdo: si tratta, infatti, di una cava di tufo, materiale noto per l’elevata permeabilità, sopra il quale nessuno penserebbe mai di interrare rifiuti, inquinanti per definizione. Inoltre, a differenza di quanto dichiarato nei documenti della Regione Lazio, la cava non è dismessa e dà lavoro a un centinaio di dipendenti. Il marchiano errore è stato reso possibile dalla superficialità dei responsabili della Regione: lo “studio tecnico” risulta essere un mero “copia e incolla”, basato sulla richiesta presentata alla Regione Lazio (e già respinta nel 2009) dalla Colari di Manlio Cerroni, monopolista da decenni nella gestione dei rifiuti romani e proprietario non solo della famigerata discarica di Malagrotta.
Risultano errate, nei pasticciati documenti regionali, anche le distanze dalle abitazioni, fissate per legge in minimo 700 metri dalle case sparse e 1500 metri dal centro abitato. Quello di Monteporcino è molto meno distante. Ma non finisce qui. I più recenti rilievi (carotaggi) hanno evidenziato la presenza di numerose falde acquifere: l’inquinamento da discarica (percolato) rischierebbe di essere trascinato per decine e decine di chilometri, il rischio è letale per gran parte della città.
Ad assicurarsi la proprietà del sito, arriva l’onnipresente Cerroni che si oppone ai decreti di esproprio, predisposti nel frattempo dal prefetto.
Inizia la rivolta civile dei cittadini: si formano comitati dai diversi colori politici, si tengono numerose manifestazioni e il sito di Quadro Alto viene permanentemente occupato dai coraggiosi rianesi, in difesa del loro territorio.
E’ intervenuta la magistratura: prima il TAR (di fronte al quale pendono tantissimi ricorsi, da parte di partiti, associazioni politiche e ambientaliste, imprenditori (fra cui i gestori della cava e il solito Cerroni) , comitati locali, privati cittadini; poi la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta sui criteri di scelta dei siti e ha incaricato i carabinieri del Noe (fra cui il capitano “Ultimo”) di rilevare la distanza dei siti dalle abitazioni.
Come se non bastasse, nella Conferenza dei Servizi (che doveva dare il via libera alla discarica di Corcolle, essendo ancora in corso accertamenti su Riano) il presidente della provincia Zingaretti blocca tutto con il suo potere di veto.
In mezzo a questo bailamme, la Polverini perde completamente la bussola e arriva ad accusare la magistratura di interferenze, quasi fosse colpevoledi indagare: un atto gravissimo da parte della presidente di una Regione.
Interviene, finalmente, il Governo: il ministro Clini convoca per un vertice la Polverini, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il presidente della provincia Nicola Zingaretti e il prefetto Pecoraro.
Le dichiarazioni ufficiali parlano di approfondimenti da effettuare su tutti i sette siti inizialmente individuati dalla Regione (e non solo sui due scelti da Pecoraro). Le indiscrezioni giornalistiche riportano che la scelta sarebbe già stata fatta: Monti dell’Ortaccio, l’ennesimo sito di proprietà di Manlio Cerroni, l’unico a richiedere tempi di approntamento relativamente rapidi e tali da poter chiudere per tempo Malagrotta. Ma c’è una controindicazione: Malagrotta dista poche centinaia di metri da Monti dell’Ortaccio.
Che esito avrà, a questo punto, il Piano Rifiuti della Polverini? Se ne sono occupati i consiglieri regionali radicali alla Regione, Giuseppe Rossodivita e Rocco Berardo, coadiuvati da Massimiliano Iervolino (autore del libro-inchiesta “Con le mani nella monnezza”, ed. Reality Book). Il Piano contravviene, furbescamente, agli obblighi sulla raccolta differenziata e anche il sito che si vorrebbe definitivo, Pizzo del Prete, presenta numerose controindicazioni.
Torneremo ad occuparcene presto, dalle colonne di questo giornale.
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