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mercoledì 30 aprile 2014

Una rischiosa realpolitik


pubblicato da RADICALWEB

A partire dalla manifestazione fuori dalle carceri minorili con i cartelli recanti la scritta “W il Papa”, varie iniziative radicali sembrerebbero mettere in dubbio la tradizionale laicità del movimento: dopo Casal del Marmo, la mancata celebrazione di Porta Pia per il 20 settembre, la marcia di Natale che è partita dal Vaticano, oltre a molti interventi, perlopiù radiofonici, di Marco Pannella. Alcune di queste circostanze sono state richiamate con toni positivi in un recente comunicato di Padre Lombardi, a testimoniare la stima di Pannella per Papa Bergoglio.

Nel mondo odierno, oltre ad alcuni stati islamici, l’unica teocrazia è proprio la Città del Vaticano: Islam e Cattolicesimo sono le uniche due religioni a produrre Stati di tipo teocratico. Volere portare un Papa a esprimersi su un provvedimento politico come l’amnistia, precondizione necessaria a un’urgente riforma della giustizia, appare come una vera e propria richiesta d’ingerenza da parte di un capo religioso e capo di Stato straniero negli affari politici italiani.

Sono purtroppo certo che, al di là dei giusti appelli radicali per la giustizia, in molte altre occasioni il Vaticano non mancherà di intromettersi nella politica di uno Stato, quello italiano, che dovrebbe essere laico e che si perpetuerà un’abitudine ormai secolare, se non millenaria. Da fautore della “realpolitik” e militante perdigiorno radicale, suggerii proprio a Pannella di cercare uno spazio politico nel centrodestra per riuscire a eleggere i nostri parlamentari. Marco esplose in un “Sei pazzoooo!” e ricordò la criminale questione dei respingimenti voluti dall’allora ministro Maroni. Non dispongo di tutte le informazioni necessarie, ma continuo a ritenere che ci sarebbe stata la possibilità di portare a casa qualche parlamentare e non ho potuto fare altro che ammirare, ancora una volta, la rettitudine pannelliana e radicale.

Quindi, sempre da maledetto “realpolitikante”, non potrei non dare il mio “benvenuto” a Papa Francesco I, se davvero si unisse a Pannella e a tutti noi radicali nella lotta nonviolenta per l’amnistia. Sono convinto che le ingerenze cattoliche proseguiranno comunque, anche sugli sviluppi della questione della procreazione assistita e su molto altro ancora: nel caso dell’amnistia, non posso negare che sarebbe un’ingerenza senza dubbio meno spiacevole di altre.

Però, permane forte in me il dubbio che, al di là dell’occasione da cogliere, il recente appello al Papa finisca con l’avallare il ruolo politico della Chiesa cattolica e delle religioni in genere. Si tratta di una (rischiosa) “realpolitik”.

Ancora una volta, chi sta correndo, sulla sua stessa pelle, i rischi peggiori è Marco Pannella. Temo che i sensati appelli alla prudenza e alla salute non fermeranno Marco che pone la sua lotta nonviolenta e battaglia politica al di sopra della sua stessa vita. Penso voglia comunicare questo. E che ci dovremmo preoccupare non per lui, ma per lo stato della giustizia e la tortura ai detenuti.

venerdì 23 novembre 2012

Perché non andrò a votare alle primarie del centro-sinistra


pubblicato da NOTIZIE RADICALI


Per registrarsi all’albo degli elettori delle primarie bisogna sottoscrivere “l’appello degli elettori dell’Italia bene comune” in cui è scritto chiaramente: “… rivolgiamo un appello a tutte le forze del cambiamento e della ricostruzione a sostenere il centrosinistra e il candidato scelto dalle primarie alle prossime elezioni politiche.” Il centrosinistra, almeno fino ad oggi, ha inspiegabilmente scelto di evitare qualsiasi forma di coinvolgimento dei Radicali e li ha completamente esclusi da ogni confronto.

Emma Bonino è stata lapidaria: “Quanto al dibattito tra radicali sulle primarie del centrosinistra, se non vogliamo fare infingimenti, chi si impegna per Renzi o per Bersani poi lo vota alle elezioni, vota per la coalizione. E a me non pare che noi ad oggi, abbiamo pregiudizialmente deciso di schierarci con il centrosinistra" Non sono mancati ammiccamenti all’elettorato radicale da parte di Matteo Renzi, seguito più recententemente da Nichi Vendola, ma si è trattato di battute da campagna elettorale che non hanno prodotto nulla di concreto.

Inoltre, nell’ appello agli elettori è contenuto il seguente passo: “Chiediamo che i candidati dell’Italia Bene Comune rispettino gli impegni contenuti nella Carta d'Intenti.”

Quest’ultima è un programma elettorale elaborato dal Partito Democratico, Sinistra Ecologia e Libertà e Partito Socialista Italiano, senza che ovviamente i Radicali abbiano potuto minimamente contribuire.

Marco Pannella ritiene che “… l'elezione di Renzi possa rappresentare una svolta importantissima in tutta la politica italiana", ma coerentemente non andrà a votare alle primarie. Ci andrà, invece, il confermato presidente di Radicali Italiani Silvio Viale, che ha cercato di dare la maggiore visibilità possibile al suo endorsement per Renzi, rimanendo in verità piuttosto isolato. Viale si pone, così, in contrasto con la mozione generale approvata nello scorso congresso di Radicali Italiani.

Nella mozione è scritto: “Prende atto del perpetrarsi della conventio ad excludendum del movimento radicale da parte dei principali soggetti della partitocrazia italiana, inclusa la decisione dei vertici del Partito democratico di escludere preventivamente ogni possibilità di partecipazione attiva di Radicali alle cosiddette "primarie" convocate dal trio Bersani, Vendola, Nencini … (omissis)... impegna gli organi dirigenti a mettere a disposizione l’apporto migliore e massimo del movimento alle iniziative anche politiche elettorali della galassia radicale, confermando quanto è sempre accaduto."

Silvio Viale è iscritto anche al Partito Democratico (come Mina Welby ed altri compagni radicali per i quali il PD deroga al suo statuto), ma non è un doppio tesserato qualsiasi: è, bensì, il presidente di Radicali Italiani che dovrebbe, da dirigente, contribuire alla messa in pratica di una mozione generale approvata ad amplissima maggioranza. La posizione politica di Viale, beninteso, è del tutto legittima, ma da un punto di vista politico dovrebbe coerentemente portare alle sue dimissioni dalla carica di presidente.

Radicali Italiani, nel riconfermare Viale alla presidenza, ha compiuto uno straordinario gesto di apertura verso il Partito Democratico, eleggendo un suo tesserato, ma nemmeno questo ha permesso di riaprire un dialogo interrotto da troppo tempo. Intervenendo all’XI Congresso di Radicali Italiani, anche il capodelegazione del PD Alessandro Maran ha evocato il dialogo, ma tristemente nulla di tutto ciò sta avvenendo e il centrosinistra continua ad escludere i Radicali, non avendo il coraggio di prendersi le responsabilità di un divorzio o di giustificarlo.

I compagni radicali che hanno superato la gimcana del doppio tesseramento al PD potrebbero ovviamente recarsi alle urne delle primarie, ma io non sono fra questi.

Da radicale, quindi, non voterò alle primarie perché non posso impegnarmi a votare per una coalizione che esclude il movimento radicale e che si basa su un programma al quale i Radicali non hanno minimamente contribuito.

venerdì 16 novembre 2012

L'emendamento necessario


pubblicato da NOTIZIE RADICALI


“La votazione che ci apprestiamo a fare è una votazione per niente banale, ma è una votazione che segna o segnerà una svolta o una continuità sostanziale con quella che è stata la nostra storia e la nostra forza”. Con queste parole, durante la fase di votazione dell’XI Congresso di Radicali Italiani, Emma Bonino ha iniziato il suo intervento in favore dell’emendamento all’art.1 dello Statuto, avente come primo firmatario il tesoriere Michele De Lucia.

L’emendamento, come letto dal presidente Silvio Viale, recita: All’art. 1 dopo le parole “il Presidente del Congresso” e prima delle parole “il movimento che ha sede in Roma” si inserisce il seguente comma "Radicali Italiani in quanto tale e con il proprio simbolo non si presenta a competizioni elettorali".

Fin dalla sua fondazione nel 2001, Radicali Italiani non ha mai partecipato direttamente ad elezioni e l’emendamento, dunque, poteva apparire scontato, ma, considerata la spaccatura fra i congressisti, non possiamo certo affermare che sia stato così. Evidentemente, molti Radicali (e, fra di loro, anche vari dirigenti) considerano plausibile, e forse persino utile, l’ipotesi di presentare liste autonome da parte di Radicali Italiani.

Seguire questa strada sarebbe stato, a mio avviso, un grave errore, per ragioni che provo a spiegare.

Innanzitutto, come già ricordato, Radicali Italiani non ha mai preso parte, in quanto tale, alle elezioni e ciò non gli ha assolutamente impedito né di esistere né di fare politica, contribuendo, fra l’altro, ai soggetti elettorali radicali che si sono organizzati negli ultimi anni: la Lista Bonino-Pannella e la Rosa nel Pugno.

L’emendamento approvato, inoltre, conforma lo statuto di Radicali Italiani a quello del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito (del quale Radicali italiani è soggetto costituente) che all’art. 1 recita: “Il Partito Radicale in quanto tale e con il proprio simbolo non si presenta a competizioni elettorali”. La non partecipazione diretta alle elezioni è uno dei tratti fondamentali del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito; un altro tratto fondamentale, strettamente connesso al primo, è il doppio tesseramento: il Partito Radicale, il partito al quale chiunque può iscriversi. Come ha ricordato Marco Pannella nella sua ultima conversazione domenicale su Radio Radicale: “Non c’è precedente di organizzazione politica connotato da questo”.

Con l’approvazione dell’emendamento, Radicali Italiani si connota, quindi, maggiormente come “transpartito”, ovvero come partito aperto a tutte le provenienze e le militanze, “la contraddizione come ricchezza fra distinti e non necessariamente tra opposti”. Fra l’altro, ciò dovrebbe giovare a un movimento in cronica penuria di iscritti e al quale il Partito Radicale, in questi ultimi anni, ha destinato enormi risorse.

Infine, mentre Radicali Italiani può contare su oltre mille iscritti, sono oltre quattromila quelli iscritti alla “galassia radicale”. Quindi, Radicali Italiani non potrebbe in nessun caso arrogarsi il diritto di essere la forza promotrice di iniziative elettorali perché questo finirebbe con l’escludere un grande numero di compagni radicali, ma non tesserati di Radicali Italiani.

Più in generale, occorre interrogarsi sull’opportunità della partecipazione a competizioni elettorali che saranno caratterizzate, ancora una volta, dall’illegalità. In questo senso, il Lazio rappresenta un caso di portata nazionale nel quale, a mio avviso, bisognerebbe considerare la presentazione del simbolo del 2010: quello della Lista Bonino-Pannella, il soggetto politico elettorale che offre le massime garanzie di trasparenza e legalità per l’indiscussa integrità morale di Marco Pannella. Non è un caso che, in epoca di ruberie e scandali politici, i radicali siano ancora una volta estranei ad ogni forma di malversazione o, come recita un “hashtag” di moda: #tranneiradicali.

venerdì 9 novembre 2012

Il PD resterà un’araba fenice per i radicali?


pubblicato da NOTIZIE RADICALI


I rapporti fra Radicali e Partito Democratico si sono drammaticamente deteriorati e, in casa radicale, ci si chiede il motivo di un’esclusione e della negazione di qualsiasi dibattito ufficiale con la dirigenza democratica. Emma Bonino ha commentato: “Veramente c'è da chiedersi di quale peccato capitale, di quale reato si siano macchiati i radicali per essere totalmente espulsi. Non è una questione di buona educazione, perché non è questo il terreno. Forse è perché siamo troppo rigorosi sulla trasparenza? Forse perché siamo troppo rigorosi sul rispetto delle regole? Forse troppo rigorosi sulle questioni di libertà individuali e laicità dello Stato? Forse cosa? Siamo antipatici?”.

Sono tutte domande rimaste, almeno sinora, senza risposta e sono indubbiamente la manifestazione di un’incomprensione che parte da lontano. Fin dalla fondazione del Partito Democratico, il suo rapporto con i Radicali è stato controverso .

Nel 2007, Marco Pannella annunciò la sua candidatura, per la Rosa nel Pugno, alle primarie del nascente Partito Democratico. Essa fu dettata “dalla necessità di proseguire nella strategia radicale di assicurare al nostro Paese un'alternativa pienamente liberale, pienamente laica, pienamente socialista e radicale". Rosi Bindi dichiarò: “Come candidato minoritario diamo il benvenuto anche a lui”. Pannella vide, invece, respingersi la candidatura dall'Ufficio di presidenza del PD in quanto, pur non rivestendo alcun incarico, leader di una forza politica non impegnata a sciogliersi dentro il PD. Una scelta chiaramente politica di esclusione verso Pannella perché la struttura del movimento radicale non permette quel tipo di ragionamento.

In occasione delle elezioni del 2008, il PD “a vocazione maggioritaria” impose ai Radicali di rinunciare al simbolo, ospitando i candidati radicali nelle proprie liste. L’apparentamento con il simbolo venne, invece, concesso all’Italia dei Valori, in quanto quest’ultima promise di sciogliersi nel PD dopo le elezioni. Lo scioglimento, puntualmente, non si verificò.

Inoltre, fu posto il veto alla candidatura del leader Marco Pannella, nonostante egli fosse stato da anni assente dal parlamento italiano. “Marco lo facciamo eleggere alle Europee con 200.000 preferenze” dichiarò Goffredo Bettini per rassicurare i Radicali. Nemmeno questo si verificò, ma non fu l’unico veto che il PD impose: anche Sergio D’Elia e Silvio Viale dovettero subire un ingiusto ostracismo.

A D’Elia, parlamentare uscente eletto nella Rosa nel Pugno, vennero contestati fatti dai quali era stato riabilitato quasi dieci anni prima, mentre Viale dovette pagare la sua lunga militanza in favore dei diritti delle donne.

Ai Radicali venne garantita l’elezione di tutti i nove candidati al Parlamento. Quando vennero presentate le liste, si scoprì che quattro candidati furono inseriti in posizioni a rischio e per tre candidati si prospettò una quasi sicura ineleggibilità. Marco Pannella iniziò uno sciopero della sete, ma il PD rispose che le liste non erano più modificabili, salvo cambiare idea poco tempo dopo per inserire Stefano Ceccanti.

Solo l’imprevedibile e sorprendente fiasco elettorale della Sinistra Arcobaleno permise l’elezione di tutti i candidati, come promesso dal PD. Nonostante ciò, gli eletti radicali rispettarono gli accordi e mantennero la promessa di iscriversi al gruppo del Partito Democratico, diversamente dall’Italia dei Valori che tradì i patti.

In occasione delle elezioni europee del 2009, da una parte Bettini si rimangiò pubblicamente l’impegno alla candidatura di Marco Pannella, dall’altra il neo-segretario Dario Franceschini parlò in diretta televisiva di un’inesistente “divorzio consensuale”: un’uscita che gli valse il pannelliano “hai la faccia come il culo”.

In quello stesso anno, Pierluigi Bersani intervenne nel Congresso di Radicali Italiani e le incomprensioni sembrarono, almeno in parte, superate: alle elezioni amministrative del 2010 Emma Bonino fu candidata alla presidenza della Regione Lazio. Vennero messe a disposizione risorse molto scarse, se paragonate all’investimento effettuato qualche anno prima per Piero Marrazzo. Mesi dopo, arrivarono le rivelazioni di Concita De Gregorio, che confermò quanto alcuni avevano sempre sospettato: una larga parte del PD laziale, soprattutto in provincia, boicottò la candidatura della leader radicale per rafforzare nel PDL l’allora dissidente Fini e la sua candidata Renata Polverini. La legislatura alla Regione iniziò con la bocciatura da parte democratica del candidato radicale alla presidenza della commissione “per il pluralismo e l’informazione”, Giuseppe Rossodivita. Tutti sappiamo com’è andata a finire: sono stati i soli Radicali a scoperchiare il pentolone del malgoverno e del malaffare e a portare alle dimissioni della governatrice di centro-destra.

Non sono state solo le elezioni a contribuire alle incomprensioni fra PD e Radicali. All’inizio della legislatura, nel momento dell’assegnazione dei parlamentari alle commissioni, nessuna richiesta radicale venne soddisfatta, mentre nella commissione di vigilanza RAI si consumò uno spettacolo indecente, con il PD che boicottò un suo stesso parlamentare invitando, illegalmente, a disertare i lavori della commissione.

L’introduzione del divieto di doppia tessera, sconosciuto al PCI di un tempo, ha creato un’ulteriore frattura, culturale oltre che politica, ma la principale delusione, da parte radicale, è avvenuta sul fronte dell’amnistia, precondizione necessaria per la riforma della giustizia e centrale nell’analisi radicale. Da una parte, il PD ha sempre generalmente avversato l’iniziativa, con la senatrice Anna Finocchiaro che reagì infastidita persino dinanzi alla proposta di un dibattito. Dall’altra, il PD cercò in ogni modo di svuotare di significato il disegno di legge Alfano sulla de-carcerizzazione e il nuovo istituto della messa in prova, allinenandosi in questo non solo all’Italia dei Valori, ma persino alla Lega Nord. Dopo due lunghe lotte nonviolente della deputata radicale Rita Bernardini e dei Radicali si arrivò alla concreta possibilità di contrastare il criminale e disumano stato delle carceri, le catacombe contemporanee. Ma, grazie all’opposizione del PD, venne cancellato l’automatismo nella concessione della detenzione domiciliare, che fu ulteriormente limitata, stralciando l’introduzione della messa in prova.

In occasione del voto di fiducia al governo Berlusconi del 14 dicembre 2010, i Radicali vennero preventivamente tacciati di tradimento, salvo poi scoprire che, mentre i Radicali votarono coerentemente contro il governo, a fare il “salto della quaglia” furono parlamentari dell’Italia dei Valori e dello stesso PD.

Persino il voto di Marco Beltrandi contro una mozione parlamentare di Franceschini sull’election day (marzo 2011) venne strumentalizzato contro i Radicali. Sebbene il provvedimento fosse puramente indicativo e sarebbe stato, in ogni caso, disatteso dal Governo, piovvero tuoni e fulmini sul malcapitato Beltrandi, con annessa minaccia di espulsione dal gruppo.

In estate, fu la volta della “prepotente urgenza”, espressione con la quale il Presidente Giorgio Napolitano definì il dramma dello sfascio giudiziario e della disumana condizione delle carceri. Quelle di Napolitano si rivelarono, però, vuote parole, prive di reali conseguenze, come il doveroso messaggio presidenziale alle Camere, che resterà lettera morta fino ai giorni nostri. Nel settembre 2011, in occasione del voto sulla sfiducia ad personam contro il ministro Romano, i deputati radicali non presero parte al voto e la loro non partecipazione fu ininfluente per il risultato finale, con il Governo che prevalse per 315 a 294. Ancora una volta si levarono strali contro gli “inaffidabili” Radicali.

L’atteggiamento radicale fu ben motivato in questa dichiarazione di Elisabetta Zamparutti: “vogliamo esprimere con la nostra non partecipazione al voto la sfiducia ad un'intera classe politica che si ostina a mantenere lo sfascio della giustizia, che è il fondamento dello Stato di diritto, per ripristinare il quale urge una amnistia...amnistia per la Repubblica!”. Ma il sequestro da parte dello Stato di oltre sessantasettemila detenuti fu evidentemente considerato un aspetto irrilevante da parte del PD.

Il mese successivo, di fronte a un tentativo delle opposizioni, suggerito da Pierferdinando Casini, di mettere i bastoni tra le ruote alla maggioranza cercando di far mancare il numero legale al voto di fiducia, i deputati radicali decisero di entrare poco prima del “via libera” del capogruppo democratico. In aula volarono insulti contro gli esponenti radicali. Rosi Bindi perse le staffe. “Quando gli stronzi, sò stronzi galleggiano senz’acqua”. Ma anche stavolta i Radicali fecero bene i conti e Pier Luigi Bersani spiegò: “Non sono stati determinanti: pur se per un pelo, il numero legale la maggioranza lo ha raggiunto comunque”.

La delegazione radicale in Parlamento votò di rado difformemente dal Partito Democratico, ma quei pochi casi vennero particolarmente stigmatizzati dai media. Si ebbe la sensazione della presenza una sorta di regia occulta nell’accanimento mediatico contro i Radicali.

Si creò un clima di linciaggio antiradicale che sfociò negli insulti e negli sputi rivolti per strada a Marco Pannella dagli “italiani brava gente”. In quello stesso anno, nel mese di novembre, si tenne un incontro chiarificatore tra i leader radicali Pannella e Bonino e il segretario del PD Pierluigi Bersani che dichiarò: “So che è necessario un raccordo con una componente che mantiene la sua autonomia sulle scelte delle opposizioni. Serve un dialogo più riavvicinato". Furono parole confortanti per chi ha aveva creduto non solo nella necessità di una collaborazione fra Radicali e PD, ma purtroppo il seguito sarà diverso.

I Radicali vennero di nuovo duramente contestati nel caso del voto sull’arresto di Nicola Cosentino, nel gennaio 2012. A nulla valsero né la spiegazione del segretario di Radicali Italiani, Mario Staderini (“il processo Cosentino non si ferma, va avanti, è l’arresto che non ci sarà”) né la motivata dichiarazione di Maurizio Turco: “la richiesta di esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del collega a me pare infondata e frutto di un obiettivo fumus persecutionis, se si fa sforzo di serietà e omaggio alla legge.”

Bisogna ricordare che quel voto fu ininfluente ai fini della sopravvivenza del governo Berlusconi al quale – è bene ricordarlo – i parlamentari radicali hanno sempre votato la sfiducia, a differenza di vari esponenti dei delle altre due forze politiche della coalizione del 2008: il Partito Democratico e l’Italia dei Valori. Mentre i Radicali si sono rivelati fedeli ancora una volta, come ai tempi degli “ultimi giapponesi” in difesa del governo Prodi.

I più feroci cultori della realpolitik potrebbero infischiarsene dell’enorme patrimonio culturale e politico radicale, fatto di raffinate ed approfondite analisi, seguite da proposte capaci di rivoluzionare in senso liberale la società italiana.

Non credo, però, si possa dimenticare quanto dimostrato dallo studio sui flussi elettorali del 2006, quando fu la Rosa nel Pugno a spostare i voti determinanti per la vittoria del governo Prodi. La nuova coalizione di centrosinistra, disposta ad accogliere nuovamente il figliol prodigo Rutelli e pronta ad intavolare trattative con i comunisti di Diliberto, non può ignorare la capacità dei Radicali di intaccare l’elettorato del centro e della destra, spostando consensi che, come nel 2006, potrebbero rivelarsi determinanti anche nelle prossime elezioni di aprile.

Furono Pannella e i Radicali ad usare per primi la dizione “Partito Democratico” a livello elettorale, sognando un Partito Democratico laico, liberale e libertario per il quale è doveroso spendersi e lottare, affinché non resti, per i Radicali, un’irraggiungibile araba fenice.

martedì 23 ottobre 2012

Che cosa mi aspetto dal congresso di Radicali italiani...


pubblicato da NOTIZIE RADICALI


L’undicesimo congresso di Radicali italiani avrà luogo a Roma, all’hotel Ergife, dal 1 al 4 novembre. Come “Notizie Radicali” abbiamo pensato che poteva essere utile offrire uno spazio di riflessione, confronto e dibattito; e per questo abbiamo chiesto a un certo numero di compagne e compagni di rispondere alla domanda “aperta”: “che cosa mi aspetto dal Congresso”. Nel senso di: cosa suggerisco, cosa propongo, cosa penso che debba essere fatto. E’ evidente che al di là dell’invito fatto per avviare la riflessione, il dibattito è aperto a chiunque vorrà intervenire. Abbiamo già pubblicato i contributi di Romano Scozzafava e Maurizio Bolognetti (15 ottobre); Claudio M. Radaelli (16 ottobre); Laura Arconti (17 ottobre); Guido Biancardi (18 ottobre); Emanuele Rigitano (19 ottobre); Emiliano Silvestri (20 ottobre). Oggi è la volta di Andrea de Liberato. Per intervenire, inviare i contributi a: va.vecellio@mail.com





Il Congresso del 2012 di Radicali Italiani si svolgerà in un momento che si rivelerà probabilmente decisivo per la politica e per il futuro non solo dei Radicali, ma dell’intero Paese. Emma Bonino ha annunciato la partecipazione “ad ogni livello” di liste radicali che, come specificato da Marco Pannella, saranno “liste aperte”.

Innanzitutto, dovranno essere ovviamente aperte agli esponenti della comunità carceraria: a chi è stato o è tuttora vittima del vergognoso stato delle carceri italiane, il termometro dell’inciviltà antidemocratica e illegale della Giustizia nel nostro Paese. Mi auguro che le liste radicali abbiano la possibilità di ospitare personalità del mondo dell'arte e della cultura, rinnovando una tradizione che vede in Leonardo Sciascia una delle sue espressioni più nobili e confermando di saper tenere vivo un legame con il mondo culturale ed accademico, che si è rivelato un fattore spesso decisivo nel ruolo di avanguardia politica svolto dai Radicali. Inoltre, le liste radicali dovranno essere aperte ai liberali, agli ecologisti, ai socialisti liberali.

I liberali sono sparsi nei grandi partiti oppure riuniti in piccoli gruppi, spesso di recente formazione. Anche i socialisti appaiono divisi in varie formazioni politiche ed la maggiore (l’unica che abbia un peso elettorale minimamente rilevante, il PSI) aderisce già all’Alleanza di (centro)sinistra, imperniata su Bersani e sul Partito Democratico. I Verdi, da parte loro, hanno dato vita a un’aggregazione ecologista che, sebbene leggermente in crescita, difficilmente riuscirà a sopravvivere da sola.

Per le liste annunciate dai due leader radicali si pone il problema del simbolo elettorale: quello della Lista Pannella-Bonino identifica esclusivamente la realtà radicale e, a rigor di logica, si dovrebbe utilizzare qualora le liste rimangano esclusivamente radicali, anche in virtù della sua maggiore riconoscibilità. Un’alternativa è la Rosa nel Pugno che può rappresentare, come già nel 2006, qualcosa di più ampio. Al tempo stesso, però, quel simbolo resta strettamente legato, almeno nelle sue ascendenze mitterandiane, all’esperienza socialista liberale e rischierebbe di rivelarsi escludente verso una parte del mondo liberale.

Si tratterà di verificare, infine, chi possa essere disposto ad aggregarsi nelle liste radicali, avendo ben presente che l'analisi e la proposta radicale, come il libro giallo della "Peste italiana", restano qualcosa di unico e non vengono condivise generalmente dagli altri partiti.

Mario Staderini, il segretario di Radicali Italiani, ha annunciato, durante il recente Comitato Nazionale, la presentazione di tre “pacchetti referendari”: sei referendum che investono una parte essenziale della politica e della storia radicale. Promuovere questi referendum è un obiettivo ambiziosissimo, ma doveroso, come necessaria risposta all’antipolitica trionfante e sfascista.

La raccolta di firme per le liste radicali e per i referendum sarà portata avanti in condizioni difficili, sia da un punto di vista organizzativo che finanziario. Le casse sono pressoché vuote perché l’autofinanziamento, in tempi di crisi, è sempre più difficile e si è attinto ai rimborsi elettorali solo per la quota effettivamente spesa alle elezioni ovvero in misura infinitamente minore rispetto a tutte le altre forze politiche (anche a quelle che hanno preso meno voti della Lista Bonino Pannella).

Il problema finanziario è, quindi, prioritario ed ineludibile se si vogliono affrontare le prossime elezioni nazionali ed amministrative con liste autonome ed alternative, portando al contempo avanti un’iniziativa referendaria. Da un lato, si potrebbe intaccare il patrimonio della galassia, avendo ben presente che si tratterebbe di una strada senza ritorno e che alcune soluzioni (come la vendita della sede di via Torre Argentina) comporterebbero comunque nuove spese. Dall’altro, sarebbe suggestivo riuscire a mettere in piedi una campagna che riporti in vita un vecchio slogan: “I Radicali: o li scegli o li sciogli”.

mercoledì 2 maggio 2012

L’Iniziativa radicale romana per il riconoscimento delle famiglie di fatto e delle unioni civili

pubblicato da NOTIZIE RADICALI


In queste settimane, Radicali Roma e Certi Diritti hanno promosso la campagna "Teniamo Famiglia", che si concluderà nei prossimi giorni, per una delibera di iniziativa popolare per il riconoscimento delle famiglie di fatto e le unioni civili e il sostegno alle nuove forme familiari da parte del Comune di Roma.

La delibera di iniziativa popolare depositata al comune di Roma è molto simile a quella già approvata nel 2010 a Torino e a Napoli ed ora in discussione a Milano. Viene adottata la definizione di "famiglia anagrafica", così come definita dal Regolamento anagrafico nazionale (D.P.R. 223 del 1989) in base alla quale per famiglia si intende un gruppo di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincolo affettivo coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune".

La legge, dunque, prevede già il riconoscimento e la valorizzazione della famiglia basata su vincolo affettivo al pari delle altre forme familiari; i Comuni devono considerarla in tutte le sue politiche, senza alcuna discriminazione per i diritti garantiti, l'erogazione di servizi ed i sostegni alla famiglia.

L’associazione Radicali Roma non è nuova a questo tipo di iniziative: sotto la guida di Massimiliano Iervolino, vennero già raccolte le firme per istituire il registro delle unioni civili nel comune di Roma, ma la delibera di iniziativa popolare venne bocciata nel 2007 dalla maggioranza che sosteneva il sindaco Valter Veltroni, il quale pensò bene di cedere alle pressioni di Oltretevere, indulgendo in una politica reazionaria che, lungi dall’attrarre il voto dei moderati al centro-sinistra, spalancò le porte all’avvento di Gianni Alemanno.

Il Comune di Roma dovrebbe attuare la legislazione già esistente, invece è evidente l'immobilità del Campidoglio rispetto al tema del riconoscimento delle famiglie di fatto, legami affettivi che si instaurano al di fuori del matrimonio e si connotano come convivenze stabili e durature.

Riccardo Magi, in qualità di segretario di Radicali Roma, sta coordinando la campagna con grande dispendio di energie e limitatezza di mezzi, eppure la risposta dei cittadini ai banchetti gestiti dai militanti ed allestiti sulle strade è generalmente positiva, in tutte le fasce di età e senza particolari distinzioni politiche. Si tratta di una questione fortemente sentita dalla maggioranza dei cittadini e se l’Italia è già drammaticamente in ritardo rispetto agli altri Paesi Europei, Roma arranca in confronto ad altre grandi città italiane. Accanto a Radicali Roma e a Certi Diritti, si sono aggiunti fra i promotori Sinistra Ecologia Libertà (Forum Queer e Roma Area Metropolitana), Giovani Idv, Uaar Roma, Arcigay Roma, Circolo Mario Mieli e molte altre sigle del mondo dell’associazionismo LGBT romano.

Manca, ovviamente, il Partito Democratico, ancora una volta ostaggio delle sue contraddizioni interne: se da una parte Anna Paola Concia ha meritoriamente firmato l’iniziativa, dall’altra la commissione “Diritti civili e laicità” presieduta da Rosi Bindi pare dormire sonni tranquilli. Il numero delle firme necessarie alla delibera popolare sta per essere raggiunto ed è stato creato il blog http://teniamofamiglia.blogspot.com/, che ha avuto oltre trentamila visitatori e dove tutti sono invitati a mettere la faccia mandando la propria foto e a firmare la proposta.

sabato 24 marzo 2012

Processi lunghi, processo all’Italia


pubblicato da LIBERTIAMO


Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha stigmatizzato per l’ennesima volta lo scandaloso e terribile malfunzionamento della giustizia italiana, emettendo un giudizio di netta condanna: «La situazione concernente l’eccessiva durata dei processi e il malfunzionamento del rimedio (legge Pinto, ndr) esistente è estremamente preoccupante e richiede l’adozione urgente di misure su larga scala in grado di risolvere il problema». E’ un giudizio severo e, al tempo stesso, coerente con le condanne giudiziarie più volte emesse dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo,presso la quale sono già pendenti oltre duemila casi contro il nostro Paese: un numero che continua a crescere per l’eccessiva durata dei processi e i tempi troppo lunghi dei relativi risarcimenti, regolati appunto dalla legge Pinto.

Nell’impietoso documento approvato dal Consiglio d’Europa, il funzionamento attuale della giustizia italiana «costituisce un serio pericolo per il rispetto della supremazia della legge, che risulta in una negazione dei diritti sanciti dalla convenzione europea dei diritti umani e crea una minaccia seria per l’efficacia del sistema che sottende alla stessa convenzione».

Sono parole che fanno rabbrividire e, di fronte ad esse, Marco Pannella ha deciso di riprendere la sua lotta non violenta: «Prendo la decisione – che non è solita e deve essere eccezionale – di iniziare uno sciopero della fame ad oltranza. La mia è una risposta, una decisione che prendo sulla base della notizia che ci è giunta dal Consiglio d’Europa oggi (lo scorso 14 marzo, ndr). O si danno un obiettivo che sia intellettualmente onesto paragonare all’amnistia e all’indulto – vasti e immediati – o noi continueremo ad oltranza la nostra lotta, non motivata dall’esasperazione» bensì «dalla speranza forte che riusciremo a venire a termine di questa situazione criminale che connota la realtà formale e sostanziale della giustizia italiana. Si continua a parlare delle carceri , e nessuno mi può rimproverare di non averne parlato evidentemente , – ha aggiunto Pannella – ma questo è un modo che le istituzioni italiane, le forze politiche e gran parte del mondo ‘democratico hanno per eludere in modo ignobile un altro fatto sul quale la giurisdizione europea e noi insistiamo da trent’anni. Le condanne del Consiglio d’Europa riguardano ciò che fa meno impressione quando la si enuncia: la lunghezza irragionevole dei processi!».

E’ un richiamo molto forte al ministro Paola Severino, al premier Mario Monti, ma soprattutto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che il 28 luglio dello scorso anno, nel corso del convegno promosso dal Partito Radicale, parlò di «una questione di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile».

Dieci milioni di processi intasano i tribunali e producono cinquecento prescrizioni al giorno: l’arretrato è impossibile da smaltire. Nello stesso tempo, le carceri italiane producono decine di suicidi, sia tra i detenuti che tra gli agenti di custodia. Del resto, siamo i peggiori in Europa per sovraffollamento, ma è solo un esempio del drammatico stato delle carceri.

L’unica soluzione è un’amnistia che possa ridurre per i tribunali il peso immane di un arretrato impossibile dasmaltire e che sia la necessaria premessa di una più ampia riforma dellagiustizia.

Per rilanciare queste istanze, i Radicali organizzeranno la “Seconda Marcia per l’amnistia,la giustizia e la legalità” nel giorno di Pasqua, il prossimo 8 aprile. La Prima si svolse nel 2005, a Natale, e, come allora, anche questa volta a guidarla ci sarà, assieme ai Radicali, il più celebre nonviolento italiano: Marco Pannella.

Nota della Redazione: anche Benedetto Della Vedova ha dato la sua adesione alla marcia.

domenica 11 marzo 2012

Una questione urgente sul piano costituzionale e civile Dov’è finita la voglia di risolvere i problemi delle carceri italiane?


pubblicato da L'IDEALE


Il Presidente Napolitano, per denunciare il disumano e criminale stato delle carceri italiane, parlò, la scorsa estate, di “questione di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile”, ma si è poi dileguato, lasciando il solo Marco Pannella a lottare nonviolentemente, insieme a Radicali come Rita Bernardini e Irene Testa, per il ripristino della legalità.
I numeri sono impietosi: 67.000 detenuti a fronte di 44.000 posti disponibili, 7.000 agenti mancanti, oltre il 40% dei detenuti in attesa di giudizio (una percentuale doppia rispetto al resto dell’Europa), mentre le morti violente sono circa il quadruplo rispetto agli Stati Uniti. Per il sovraffollamento, invece, il nostro Paese è secondo solo alla Serbia nella triste classifica. Per fare un esempio, il carcere di Poggioreale ospita 2.700 detenuti a fronte di 1.200 posti.
Negli ultimi dieci anni, anche ottanta agenti di custodia si sono tolti la vita: il dramma delle carceri non appartiene solo ai detenuti. Ma, purtroppo, anche i sindacati, dopo aver più volte denunciato la gravità della situazione, hanno perso ogni capacità di iniziativa e sono precipitati nel sonnambulismo, al pari del Parlamento e di tutti i partiti, con l’unica meritoria eccezione dei Radicali.
Continua impietosamente il drammatico fenomeno dei suicidi in carcere: sono stati 63 nel 2011, mentre quest’anno siamo già a quota 14.
Il recente decreto “svuota carceri” è solo una misura palliativa che non porterà a nulla: è troppo limitata per riportare la giustizia italiana nell’alveo della legalità e del diritto. Soprattutto, il problema non è limitato solo alle carceri: tutto il sistema giudiziario è allo sfascio. L’arretrato da smaltire ammonta ormai a oltre nove milioni di processi e raggiungerà, di questo passo, i dieci milioni: processi che, in larga parte, non verranno mai celebrati, perché interrotti dalla prescrizione, una vera e propria “aministia di classe”. Le prescrizioni sono ormai centottantamila l’anno e il vicepresidente del Csm Michele Vietti ha dichiarato: “Stop alla prescrizione che premia l'imputato”.
Nel migliore dei casi, i cittadini dovranno aspettare molti anni per ottenere una sentenza, mentre sono troppi i “reati senza vittime”, come quelli previsti dalle leggi Fini-Giovanardi e Bossi-Fini, che criminalizzano migliaia di persone per fatti che, presi a sé, non provocano nessun danno alla società.
L’unica via di uscita è l’amnistia proposta da Pannella, come primo doveroso passo di una necessaria riforma della giustizia, che preveda depenalizzazioni dei reati minori, la discrezionalità dell’azione penale, sulla depenalizzazione dei reati minori, sull’ampliamento delle misure alternative alla detenzione e sull’antiproibizionismo.
E’ venuta l’ora di intervenire urgentemente con l’amnistia per la Repubblica Italiana, che non può più permettersi di rimanere illegale e criminale, contravvenendo alle sue stesse leggi e alle norme basilari del diritto.
Il Presidente Napolitano ha il dovere di usare pienamente i suoi poteri costituzionali e di inviare un messaggio alle Camere, per ripristinare la legalità in una Repubblica condannata non solo dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, ma dai suoi stessi tribunali.
Voltaire scrisse: "Tu continui a parlarmi degli archi e dei costumi della tua gente per convincermi di quanto siano buone le leggi civili e i comportamenti dei tuoi paesi (...) No, amico mio, parlami di come funzionano i tribunali e soprattutto delle carceri e di come ci vive e ci muore la gente".
La riforma della Giustizia e delle carceri, a partire dall’amnistia, è una battaglia liberale. E’ la battaglia di Marco Pannella e dei Radicali.

mercoledì 7 marzo 2012

L'intellettuale collettivo radicale


pubblicato da NOTIZIE RADICALI


Nella dizione gramsciana, “intellettuale collettivo” è “un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell'azione”. Il concetto di intellettuale collettivo è, per Antonio Gramsci, strettamente connesso al partito operaio e all’intellettuale organico: “…si forma un legame stretto tra grande massa, partito, gruppo dirigente, e tutto il complesso, ben articolato, si può muovere come un uomo collettivo”.
Lo stesso concetto gramsciano è stato brillantemente rievocato, sotto una nuova luce, da Pier Paolo Segneri, anche su questo giornale. Bisogna, però, non farsi fuorviare dalle elaborazioni gramsciane, che vanno superate e rinnovate, seguendo il metodo e la cultura liberali. Non è un esercizio facile e, soprattutto per chi già ne conosce il pensiero, incombe il rischio di attribuire al solo Gramsci una sorta di monopolio sulla dizione di “intellettuale collettivo”, che può essere, invece, reinterpretato in chiave liberale.
L’intellettuale collettivo dovrebbe occuparsi di una ricerca comune della verità e dovrebbe portare alla fine di una cesura netta fra intellettuale della ricerca e chi pratica e mette in atto l'azione militante, perché una politica nuova, necessariamente diversa da quella del passato, prevederà una nuova figura di intellettuale-politico-militante, come inevitabile conseguenza dell'acculturamento di un numero crescente di cittadini. Esiste, dunque, un’intelligenza collettiva, ovvero un'intelligenza distribuita ovunque e diffusa attraverso i nuovi media, mediante i quali si possono creare necessarie e interessanti sinergie, condividendo, per l'appunto, conoscenze che possono essere scambiate superando tutte le distanze linguistiche, fisiche e culturali, perché messe "in rete". I computer e internet sono mezzi in grado di aumentare non solo la cooperazione degli individui, ma anche quella delle organizzazioni collettive umane: dove c'e' umanità, c'e' intelligenza e questa può essere messa in sinergia proprio attraverso i nuovi media. La connessione è diventata un fattore preponderante: esiste, quindi, un’intelligenza non solo collettiva, ma connettiva, che attraverso la rete può diventare un moltiplicatore di intelligenze ed esiste un intellettuale collettivo nel senso di essere umani e computer connessi in un ciberspazio, collegando umani e computer in una maniera nuova, tale da portare l'intellettuale collettivo ad agire più intelligentemente rispetto a prima.
Un intellettuale collettivo liberale può certamente essere – dal mio punto di vista – un intellettuale collettivo radicale.
La capacità di confronto, di dibattito, di produzione del sapere costituiscono il nostro intellettuale collettivo, intrinsicamente collegato, in ambito radicale, alla forma-partito ovvero alla galassia radicale: un modello unico e peculiare che costituisce un elemento di originalità dei Radicali. Di fronte a un quarantacinque per cento di possibili astenuti alle prossime elezioni, i Radicali devono rappresentare un'alterità rispetto al Regime imperante, che si perpetua attraverso una “metamorfosi del male”, configurandosi in nuovi e vecchi “poli”.
Esiste tutto lo spazio per costruire qualcosa di nuovo, per mutare l'esistente, superando la pura e semplice gestione del presente e la perniciosa logica della sommatoria elettorale.
Mi pare evidente che l'intellettuale collettivo sia già presente nella galassia radicale, ma che esso necessiti, per raggiungere una forma organizzata, di una leadership carismatica, quella del demiurgo Marco Pannella, che ha recentemente dichiarato: “… dopo 50 anni di nostre lotte, noi che siamo formati come quasi tutti come ‘militonti’ sui referendum e altro, siamo in condizione forse - se viene il turno del territorio italiano di ribellarsi contro un regime – di far sì che la nostra presenza sarà la differenza rispetto a tutte le altre situazioni. Cioè è pronta l’alternativa, il contenuto di prospettiva”.
Come Radicali possiamo essere ancora una volta protagonisti, per fornire una risposta radicale e liberale alla gran massa degli astenuti, sulla scorta di quanto accadde già nelle europee del 2009, quando in condizioni assolutamente avverse, presentandosi come alternativa al Regime, arrivarono più voti della fu Rosa nel Pugno.

lunedì 30 gennaio 2012

Il decreto Severino è la terapia antalgica, l’amnistia la cura sistemica


pubblicato il 28 gennaio 2012 da LIBERTIAMO


Le prime tre cariche dello Stato sono d’accordo su una cosa: lo stato delle carceri italiane è del tutto intollerabile. Il Presidente Napolitano ha parlato, già quest’estate, della necessità di porre rimedio al problema come di una “prepotente urgenza” e sono seguiti, negli ultimi mesi e settimane, gli appelli di Renato Schifani e di Gianfranco Fini.
Oltre sessantacinquemila detenuti affollano oggi le carceri che ne potrebbero ospitare al massimo quarantatremila, mancano oltre ottomila agenti di custodia, tutte le altre figure professionali (medici, educatori, psicologi, infermieri, magistrati di sorveglianza) sono sotto organico. Tra un quinto e un quarto di quanti stanno in galera – poco meno della metà del totale dei detenuti è infatti in attesa di giudizio – sappiamo già (statisticamente) che saranno assolti. Il carcere italiano, insomma, “funziona” mettendo a preventivo una quota abnorme di ingiuste detenzioni, scontate per lo più in condizioni disumane.
Il recente decreto presentato dalla ministra Severino è solo un timido passo in avanti. La chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg) e l’estensione della detenzione domiciliare, che contribuirà ad evitare il triste fenomeno delle “porte girevoli” e manderà anticipatamente a casa qualche migliaio di detenuti, rappresenta la terapia antalgica, non la cura sistemica. Tratta alcuni sintomi dolorosi, ma non la malattia, né le sue cause, visto che lo sfascio delle carceri è legato a quello del sistema penale (cioè a come non funziona la giustizia, al modo in cui è intesa e malintesa la pena, alla funzione impropria che è ormai “di fatto” socialmente attribuita alla detenzione…).
L’arretrato da smaltire ammonta ormai a circa nove milioni di processi, 5,5 civili e 3,4 penali. Quelli penali, in parte, non saranno mai celebrati e saranno interrotti dall’“amnistia di classe” della prescrizione. Quelli civili, appesantiti da ritardi secolari, contribuiranno a rendere l’Italia un Paese sempre meno competitivo. La Banca d’Italia, in un recente studio, ha stimato che l’inefficienza della giustizia civile costa l’uno per cento del PIL (in Italia un credito commerciale si recupera in 1.120 giorni contro i 394 della Germania).
L’amnistia, da questo punto di vista, non è una “resa”, ma una via d’uscita dal circolo vizioso dell’inefficienza. Non è la “riforma”, ma la premessa essenziale per fare le riforme che servono, nel civile, come nel penale. Lo ha ammesso apertamente Antonio Buonaiuto, Presidente della Corte d’Appello di Napoli, che ha dichiarato mercoledì scorso che “il rimedio principale sarebbe un’amnistia per eliminare gli arretrati che sono un debito pubblico, un fardello che abbiamo. Naturalmente si lascerebbero fuori i reati più gravi, ma bisogna avere il coraggio di dirle queste cose…” E’ un’opinione sempre più diffusa fra gli addetti ai lavori, i magistrati, gli avvocati, le forze dell’ordine, la polizia penitenziaria: ormai da tempo non è più il solo Marco Pannella a proporre la necessaria amnistia.
La ministra Severino ha giustamente ricordato che la responsabilità è del Parlamento: la sovrana assemblea della Repubblica che, qualche mese fa, si è perfino rifiutata di discutere del problema, e che non sembra, per così dire, propensa ad esaminare la soluzione. Ma l’amnistia sarebbe davvero, come dicono i radicali, anche una “amnistia per la Repubblica”, per restituire cioè il sistema penale ad una ragionevole efficienza e difendibile legalità.

lunedì 13 dicembre 2010

La provocazione pannelliana, tra incomprensioni e risultati


pubblicato da LIBERTIAMO


E’ bastato che Marco Pannella chiedesse, provocatoriamente, il permesso di dialogare con Berlusconi per scatenare l’ennesima campagna di disinformazione aggressiva a spese dei radicali. I disinformatori (di regime, si dice a Torre Argentina) hanno subito maldestramente e disonestamente tradotto il desiderio nonviolento di dialogo con tutti, anche con i peggiori, in un inesistente tentativo di mercimonio dei voti dei deputati radicali alla Camera. A poco sono valse le precisazioni di Emma Bonino, di Rita Bernardini, dello stesso Pannella. Eppure, il metodo radicale del dialogo dovrebbe essere già visto e già sentito, persino scontato, se negli anni di piombo si rivolgeva persino ai “compagni assassini” del terrorismo rosso: è lo stesso metodo nonviolento che porta Marco a mettere a repentaglio la propria vita pur di salvare quella di Tarek Aziz e di altri “Caini” iracheni.

Oggi, più modestamente, si tenta un dialogo con il Partito Democratico. Nonostante le belle parole di Bersani nell’VIII Congresso di Radicali Italiani e quelle di Rosi Bindi nel IX, la strada è ancora decisamente in salita. Da parte piddina, le pratiche antiradicali sono ormai una costante: il divieto della candidatura di Pannella alla segreteria del partito, i veti elettorali al simbolo radicale e a tre suoi esponenti (Pannella, D’Elia, Viale), blocco della commissione di vigilanza RAI, la vuota e finta adesione all’anagrafe pubblica degli eletti, le elezioni per la segreteria giovanile poco trasparenti e inquinate dai brogli (come testimoniato dalla candidata radicale Giulia Innocenzi), il tradimento clamoroso degli accordi elettorali in occasione delle elezioni europee dello scorso anno, i vergognosi mercimoni del Partito Democratico sul trattato Italia-Libia e sulla cancellazione della parte del ddl Alfano che avrebbe alleviato il disastro tremendo e disumano delle carceri italiane, tristissime vicende in cui il Partito Democratico, e non i radicali, ha trovato convergenze col PdL sulla questione libica e con la Lega Nord sulle carceri.

Insomma, quando si può ottenere qualche poltrona (vedi Copasir) il PD non si ferma davanti a nulla, nemmeno ai cadaveri prodotti dall’oasi lager di Cufra o da un qualsiasi tragico carcere italiano. Ma i “compagni” democratici non si sono fermati qui. Il Partito Democratico si è ben guardato, infatti, dal coinvolgere i radicali nella discussione sulla mozione di sfiducia al premier. Ne è scaturita un’ovvia conseguenza, ovvero la mancata firma dei deputati radicali alla mozione.

Qui si inserisce, temporalmente, la provocazione pannelliana. Il dialogo con Berlusconi, ovviamente, è impossibile e Pannella lo sa benissimo. La riforma della Giustizia a partire dalle carceri (senza dimenticare la responsabilità civile dei magistrati, la separazione delle carriere, l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale), la riforma elettorale uninominale e maggioritaria, la visione radicale sui diritti civili sono qualcosa di infinitamente lontano per il Cavaliere allo sbando, i cui ultimi sussulti di liberalismo risalgono ormai agli anni Novanta. Berlusconi, seppure d’accordo su alcune richieste radicali sulla giustizia, è ormai del tutto incapace non solo di realizzarle, ma persino di paventarle.

Eppure, basta la semplice intenzione radicale al dialogo con il PDL per scatenare un putiferio, anzitutto tra militanti e sostenitori. Ma se il metodo è l’ahimsa gandhiana, se ci si rivolge non ai terroristi, questa volta, ma a un’istituzione come la Presidenza del Consiglio (seppur mal rappresentata dall’attuale occupante), come ci si può scandalizzare? Come si può criticare il comunicato di Pannella se esso chiede nient’altro che il riconoscimento dello status, per i radicali, di “interlocutori politici” ed è disposto a farselo riconoscere da chiunque, da Berlusconi a Bersani, da Bossi a Di Pietro? E come può farlo chi è o potrebbe essere radicale?

La provocazione pannelliana ha sortito nell’immediato due effetti: in primo luogo, la ripresa del dialogo con Pierluigi Bersani e con il Partito Democratico, che hanno, ancora una volta, l’occasione di provare a diventare quella sinistra liberale “all’inglese” tanto auspicata; in secondo luogo, l’annuncio del viaggio di Marco in Iraq, accompagnato dal Ministro degli Esteri, per salvare non solo la vita di Tarek Aziz e delle altre decine di condannati a morte, ma la verità sulle reali cause delle sanguinosa guerra dell’Iraq. Soprattutto il secondo risultato non pare trascurabile in un’Italia che, come Wikileaks insegna, appare sullo scenario internazionale sempre più marginale e buffonesca.

martedì 8 dicembre 2009

Ieri, il mio 8 Settembre

pubblicato il 9 Settembre 2009 da Radicalweb

Ieri è stato l’8 Settembre, data che molti considerano fatidica e cruciale nella Storia del nostro Paese. Sinceramente, non mi sono ricordato fino a tarda sera, quando la ricorrenza è stata ricordata dal coraggiosissimo compagno radicale Piero Bonano durante la consueta riunione del martedì.

Mi è parso quindi naturale interrogarmi sul perché, al di là della mia frenetica giornata lavorativa, non mi fossi soffermato nemmeno un attimo col pensiero su quel giorno, che ha segnato inesorabilmente la drammatica agonia del fascismo e la rinascita democratica dell’Italia.

Sono arrivato alla conclusione, forse un po’ apodittica e troppo personale, che l’8 Settembre non ha significato molto per l’Italia. Nel nostro disgraziato Paese, infatti, sono ben vive e presenti molte delle strutture, e delle corrotte incrostazioni, del Regime Fascista. E questo, beninteso, non dall’avvento del Cavaliere, ma, in forma già clamorosa, sin dagli anni Cinquanta, quel periodo che, Pannunzio dixit, vide l’avvento della “repubblica delle pere indivise”, ovvero di quel Regime Partitocratico (con la nascita, come di recente ha scritto Pannella, di tanti “piccoli PNF”) che attanaglia la nostra società, rendendola ingessata.

Qualche anno fa, Bersani tentò delle timidissime liberalizzazioni (non arrivando nemmeno a sfiorare corporazioni odiose come assicurazioni, banche, notai, giornalisti: si limitò a farmacie, taxi e pochissimo altro) ottenendo risultati pressocché nulli, in buona parte a causa delle resistenze, anche politiche, di quelle corporazioni stesse. Per questo, oggi l’Italia è un Paese sempre più polveroso e immobile, con una Giustizia (amministrata dalla corporazione dei magistrati e dall’Ordine degli Avvocati) ormai putrescente, come dimostrato dalle recenti inchieste radicali sullo stato delle carceri e dalla conclamata impossibilità, per un sistema giudiziario sfasciato, di gestire i milioni di processi ad oggi pendenti.

Medici, avvocati, notai, farmacisti , architetti, commercialisti, giornalisti, con i loro Ordini di fascista memoria, il sistema previdenziale burocratico e centralizzato statalmente, il clientelismo, la corruzione e il nepotismo nella politica, il rigido prevalere di uno Stato Etico (dopo la legge sulla procreazione medica assistita, è in approvazione un obbrobrioso finto testamento biologico), la criminalità e la violenza di Stato con gli omicidi politici del Ventennio, quelli del Sessantennio e la perpetua aggressione dei cittadini-sudditi (penso a chi è morto in carcere dove era detenuto per autocltivazione di marijuana o oltraggio a pubblico ufficiale), gli interventi dirigisti dell’economia sono tutte eredità del Fascismo bellamente perpetuatesi in sessant’anni di Partitocrazia.

Un regime putrido deve e dovrà necessariamente essere sovvertito da una Rivoluzione Liberale che ad oggi appare come un’Araba Fenice visibile solo a qualche folle visionario. Ma pazienza. Dicevano lo stesso, negli anni Sessanta, alla nascita della LID, quella Lega Italiana del Divorzio che, poco più di un decennio dopo, fu l’architrave di una clamorosa e frastornante vittoria liberale e laica.

Infine, voglio ringraziare l’amico Carmelo Impusino che, sorvolando sulla mia pigrizia e lentezza nel portare avanti il comune progetto di creare un’associazione di blogger e internauti di area liberale radicale (e non parlo intenzionalmente di “galassia” in quanto ci rivolgiamo anche ai “non pannelliani”), ha fatto una cosa molto radicale: se n’è fregato, si è rimboccato le maniche e ha creato questo spazio, facendomi una bellissima sorpresa. Sono sicuro che con Domenico, Umberto, Cosimo, Luigi e tutti gli altri amici radicali di Politica in Rete sapremo renderlo qualcosa di unico.

Da parte mia, siccome non ho un blog personale, posterò qui gran parte dei miei piccoli articoli, sperando che possano fornire qualche spunto di riflessione a tutti voi, che siete spesso molto più brillanti di me.

Radicali nel Pdl: antica frequentazione. Il mistero è la diffidenza del Pd

pubblicato il 9 settembre 2009 da LIBERTIAMO


Il radicalismo è oggi, a tutti gli effetti, una componente del Popolo della Libertà, partito a vocazione maggioritaria, ben espressa nelle ultime tornate elettorali in cui il PdL si è rivelato la forza di maggioranza relativa.
Mi riferisco al radicalismo che affonda le sue radici nel partito “storico” di Cavallotti e che è poi “rinato” nella metà degli anni Cinquanta con il gruppo de Il Mondo.
I Riformatori Liberali prima e Libertiamo poi sono radicali a pieno titolo, basti scorrere i curricula politici dei fondatori, che esprimono sicuramente posizioni politiche spesso diverse, a volte molto distanti dal resto del PdL. Eppure, come ha ricordato lo stesso Silvio Berlusconi, qualche mese fa, durante l’assemblea fondativa di Libertiamo, il Popolo della Libertà è ben felice, esprimendo per l’appunto compiutamente la sua vocazione maggioritaria, di poter annoverare al suo interno i radicali liberali di Libertiamo. Del resto, le prese di posizione più “scomode” di Benedetto Della Vedova (non ultime, quella piuttosto recenti su Eluana Englaro e sul testamento biologico) hanno trovato ampia eco all’interno del PdL stesso (viene da pensare in primis a Gianfranco Fini).Le idee liberali, liberiste, libertarie sono (e, temo, resteranno) largamente minoritarie in Italia, come del resto sono sempre state. Negli anni Settanta, in cui i radicali ottennero veri e propri trionfi su temi laceranti per la società italiana di allora quali il divorzio e l’aborto, il Partito Radicale superava a stento l’uno per cento dei consensi nelle elezioni politiche. Questo dimostra che il liberalismo radicale sa essere, su alcune questioni dirimenti, un vero e proprio motore di progresso e modernità, proprio per la forza innovativa e rivoluzionaria delle sue proposte, al di là dei successi elettorali, dell’occupazione delle poltrone e del radicamento territoriale.
E’ per questo che il PdL odierno ha maledettamente bisogno di Libertiamo, che porta con sé la parte più alta e nobile della destra moderna, quella di Friedman, di Hayek, di von Mises, ed esprime con Benedetto Della Vedova (ed Antonio Martino) una rappresentanza parlamentare davvero liberista.
Lo stesso elettorato radicale, posizionato da sempre su una linea di confine fra destra e sinistra, era ben più numeroso nel ’94 e nel’96 (quando i radicali concorrevano alle elezioni da alleati dell’allora Casa delle Libertà) arrivando a superare agevolmente il 3%, mentre il dazio maggiore in termini elettorali fu pagato con la svolta socialista della Rosa nel Pugno (che raccolse grossomodo, in termini percentuali gli stessi consensi ottenuti dalla Lista Bonino alle scorse europee).
Questo Berlusconi, Fini e l’intero Pdl lo sanno benissimo e hanno saputo far tesoro della cultura riformatrice e liberale di quella parte del mondo radicale più lontana dal liberalsocialismo, prossima alla politica liberista, già compiutamente abbracciata dal Partito Radicale negli anni Novanta (quando si parlò di “svolta liberista” dei radicali).
Oltre al PdL esiste in Italia un altro grande partito a vocazione (in questo caso sedicente) maggioritaria: il Partito Democratico, che però diffida enormemente dei radicali.
Si tratta di una difficoltà di rapporti che si manifestò fin dalla nascita del Pd, quando Marco Pannella, per fare onore alla sua storia (aveva auspicato per anni la nascita in Italia di un Partito Democratico sul modello statunitense) chiese coerentemente di candidarsi alla segreteria. Richiesta che venne puntualmente respinta dalla classe dirigente piddina, al pari di quella di Antonio Di Pietro e, qualche anno dopo, di Beppe Grillo.
Resta un mistero capire come possa un partito che vorrebbe essere maggioranza chiudere le porte a tutti quelli che bussano alla sua porta, i quali sembrano essere rei di un solo misfatto: non poter esibire un passato ex-comunista o ex-democristiano.
Curiosamente, il peccato originale del liberalismo viene perdonato in ambito giovanile, con la candidatura (per quanto ostacolata, sudata, contestata e sofferta) della radicale Giulia Innocenzi; ma poi esso pare tornare preponderante nel corso delle ultime elezioni europee, quando il Pd ha preferito pagare un ulteriore prezzo in termini di calo di consensi, piuttosto che tenere fede alle promesse di un anno prima (con Bettini che parlò di trecentomila preferenze per confermare Pannella in Europa), arrivando a parlare di “divorzi consensuali” mai avvenuti.
Il progetto veltroniano di un grande e moderno partito di sinistra non era affatto da buttar via, ma, a mio modo di vedere, non è stato concretizzato proprio per la sospettosa e preconcetta chiusura alle varie anime della sinistra, e in primo luogo a quella liberale dei radicali. Una sinistra che non saprà essere anche, compiutamente, liberale sarà destinata a esprimere la sua reale vocazione: quella di essere una minoranza, incapace di far proprie le istanze, per rimanere in un ambito italiano, almeno di Carlo Rosselli e di Guido Calogero.